domenica 22 aprile 2012

C'era una volta ... (terza parte)

Talvolta ci chiediamo come certe forma di vita possano svilupparsi in condizioni estreme; senza citare casi eccezionali capita spesso di vedere un seme germogliare nelle crepe di un muro o un fiore bucare l'asfalto .

Tutto ciò accade semplicemente perchè la vita è vita, e niente può fermare per sempre l'energia di cui si nutre.
Allo stesso modo la guerra, che semina lutti e distruzione e avvelena lo spirito e la mente, non può opporsi alla forza dei buoni sentimenti che germogliano spontaneamente nel cuore degli uomini e delle donne di buona volontà.
Nel raccontare quegli anni difficili credo sia giusto ricordare anche ciò che la guerra non ha potuto contaminare.
Nel '43 la presenza militare tedesca nei territori del nord Italia si faceva sempre più pressante. Nel paese in cui vivevano i miei genitori si era insediato un reparto dell'aviazione tedesca, composto da piloti e personale ausiliario, e in assenza di strutture adeguate per alloggiarli, le autorità requisivano le abitazioni private.
Così un giorno un ufficiale si presentò ai miei genitori e dopo aver ispezionato accuratamente la casa, decise di requisire al primo piano la stanza in cui le mie sorelle più grandi dormivano e studiavano, la più luminosa in assoluto perchè esposta a sud-est.
La stanza doveva ospitare una giovane ausiliaria tedesca di nome Edith.



Quando Edith si presentò, comprese immediatamente quanto quella sistemazione fosse inopportuna, dal momento che la sua presenza in quella parte della casa avrebbe violato l'intimità della famiglia e privato due ragazze di un luogo a loro particolarmente caro.
Preferì dunque sistemarsi alla meglio nella sala da pranzo a pianterreno, un ambiente poco usato ed esposto a nord, da cui si poteva accedere ad una piccola veranda, rallegrata da vetrate colorate in stile liberty e arredata con un semplice salotto di vimini, dove Edith avrebbe potuto ricevere le visite dei suoi amici.
Potete immaginare quanto fosse comunque difficile gestire una situazione del genere : per alcuni i tedeschi erano nostri alleati nell'Asse, per altri erano già il nemico. In quel clima anche ai comportamenti più innocenti e spontanei poteva essere attribuito un significato politico con conseguenti giudizi sommari e categorici, spesso letali.
Edith, che aveva perso entrambi i genitori sotto un bombardamento, era una ragazza gentile ed educata, sempre attenta a non creare disturbo e anche i suoi ospiti erano ragazzoni semplici il cui desiderio principale era probabilmente quello di ritornare al più presto in patria dalla famiglia.
Fu cosi che , grazie anche  alla presenza delle mie sorelline più piccole e alla loro innocente spontaneità, si stabilì tra la mia famiglia e quei giovani un legame particolare che superava ogni pregiudizio, ogni barriera artificiale.
Il pericolo dei bombardamenti indusse comunque i miei genitori a lasciare la casa per un luogo più sicuro, ma mi raccontano che quando arrivò la notizia della mia nascita, quei ragazzi si procurarono delle biciclette e vennero pedalando a darmi il benvenuto.


Anche dopo la fine della guerra e fino alla sua morte avvenuta pochi anni fa,Edith restò sempre in contatto epistolare con la mia famiglia, tramite mia sorella Raffaella che andò più volte a trovarla nella sua casa in Germania dove fu accolta con grande calore anche dal marito, dai figli e dalla cerchia dei parenti.

Se la storia di questa amicizia speciale nata dalla guerra può essere conservata e rivissuta tra i ricordi lieti, altre circostanze invece furono vissute con grande tensione.
Quando ormai le sorti del conflitto sembravano segnate e le vecchie alleanze lasciavano il posto alle nuove, nei boschi alle spalle della cascina incominciarono a nascondersi soldati francesi e inglesi che, già prigionieri dei tedeschi, erano riusciti in qualche modo ad allontanarsi dal campo di prigionia. Erano per lo più ragazzi impauriti, senza cibo né indumenti adatti per ripararsi dal freddo dell'inverno che avanzava. A volte la fame li spingeva allo scoperto. Bussavano furtivamente alla porta  e a gesti chiedevano cibo. Alcuni erano malati e portavano sul corpo i segni delle recenti privazioni.
Soccorrerli significava mettere in pericolo la propria vita, oltre che la loro, perchè purtroppo, anche in quella piccola comunità contadina, bastava una piccola bega irrisolta o un vecchio torto subito per indurre alla delazione persone che in tempo di pace non avrebbero fatto male a una mosca. Nello stesso tempo non era possibile fingere di non sapere, di non vedere la loro sofferenza. Alle donne in particolare non importava stabilire se fossero eroi o codardi ; nei loro volti riconoscevano i tratti dei fratelli, dei mariti, dei figli che non erano più tornati dal fronte o che ancora combattevano Dio sa dove quell'inutile guerra.
E così, vincendo ogni paura, incominciarono a lasciare la sera fuori dall'uscio cesti di pane e formaggio che al mattino ritrovavano vuoti, a stendere lenzuola alle finestre per segnalare la presenza di ronde, a nascondere in mezzo al fieno i malati più bisognosi di cure.
Mia sorella Annami canticchia ancora oggi una canzoncina dedicata ad una sua omonima francese, una certa Annemarie, insegnatale da Frédéric, un soldato francese, forse alsaziano, che purtroppo non si salvò dalla polmonite. La cosa curiosa è che le parole della canzone che lei ricorda non hanno alcun senso, sono solo i suoni di una lingua sconosciuta impressi nella mente di una bambina di cinque anni.
Di tutti questi ragazzi non si è saputo più nulla. Conforta il pensiero che almeno qualcuno tra loro sia riuscito a ricongiungersi felicemente con la famiglia.
Nella primavera del '45 la guerra poteva ormai dirsi conclusa e i miei genitori decisero che era arrivato finalmente il momento di TORNARE A CASA.
(la guerra è finita ma la storia continua....)

3 commenti:

  1. ci sei riuscita a farmi piangere!!

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    1. NOOOO, non ci credo, dopo quello che hai fatto alla bambola della Gimì... hai un cuore di pietra

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  2. sai che non dico bugie....posso scannare una bambola e l'ho fatto anche più di una volta, ma bugie non ne ricordo nella mia vita!

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