domenica 5 luglio 2020

Bubble tea

Qui da noi non è molto che lo si vede in locali dedicati e non ci avevo fatto caso fino ad oggi, quando l'ho visto da vicino, al centro commerciale e mi sono incuriosita. Le bevande fresche alla frutta e analcoliche mi attirano sempre molto, così ho indagato.
Ecco cosa ne dice wikipedia:



Il bubble tea, boba o tè con le bolle è una bevanda taiwanese a base di tè inventata tra Tainan  e Taichung negli anni 1980.

In cinese è conosciuto come 波霸奶茶 (pinyin: bōbà nǎicháo) o 珍珠奶茶 (pinyin: zhēnzhū nǎichá) se preparato con perle di tapioca.

La ricetta originale è a base di diverse varietà di tè, aromi o latte; l’aggiunta di zucchero è facoltativa.

La preparazione è arricchita con perle gommose di tapioca (dette anche boba), popping boba (sferette che scoppiano in bocca rilasciando succhi di vari gusti), gelatina di frutta o altre gelatine vegetali. Nelle versioni ice-blended si aggiunge del ghiaccio e il tutto viene frullato in modo da assumere una consistenza cremosa.

La bevanda esiste in diversi gusti e varianti. Le più comuni sono quella al tè nero con latte e tapioca (black pearl milk tea) e al tè verde con latte e tapioca (green pearl milk tea).







Il bubble tea è essenzialmente di due tipi: con latte e senza latte. Entrambi possono essere a base di tè nero, tè verde oppure oolong, e aromatizzate in diversi gusti (alla frutta o senza frutta).

I boba con latte sono preparati con latte fresco, condensato o in polvere. A volte, vengono preparati con latte o panna vegetale. Generalmente, i locali che vendono boba offrono anche altri frullati in stile asiatico senza tè ma con una base di latte e frutta fresca o con aromi alla frutta. Il boba esiste anche come bevanda calda, oltre che fredda.




Il primo bubble tea conosciuto veniva preparato con una miscela di tè nero taiwanese caldo, perle di tapioca (粉圓), latte condensato e sciroppo di zucchero (糖漿) o miele. In seguito, sono nate tutte le altre varianti e quelle fredde sono diventate più comuni di quelle calde. Anche i tipi di tè utilizzati sono cambiati nel tempo.

Il bubble tea si è diffuso a Taiwan negli anni '80, ma non si sa con certezza chi l’abbia inventato. In passato, si usavano perle di tapioca più grosse (波霸/黑珍珠) ma, in seguito, furono sostituite con perle più piccole e di diffusero i gusti alla frutta. Gli aromi vengono aggiunti al tè sotto forma di polvere, polpa o sciroppo; la preparazione viene poi miscelata in uno shaker da cocktail, versata in un bicchiere e, in seguito, guarnita.

Oggi, esistono locali interamente dedicati al bubble tea. Alcuni di questi coprono i bicchieri con dischi di plastica, ma i locali tradizionali servono la bevanda sigillando la parte superiore del bicchiere con del cellophane. In questo modo, il prodotto può essere trasportato senza preoccuparsi di versarne il contenuto. In seguito, il cellophane verrà forato con una cannuccia abbastanza larga da consentire il passaggio delle perle di tapioca.



Oggi, a Taiwan, generalmente ci si riferisce alla bevanda col termine bubble pearl tea (zhēn zhū nǎi chá, o zhēn nǎi). Gli anglofoni, i cinesi e i taiwanesi d’oltreoceano la chiamano anche pearl milk tea; nello specifico, tra gli anglofoni è più conosciuta come bubble tea o boba tea, anche se il primo termine è più comune nelle zone con minore influenza cinese. In alcune aree della California, così come in altre aree a forte presenza asiatica, la bevanda viene chiamata semplicemente boba.




Gli ingredienti del bubble tea cambiano in base al locale che lo prepara. In genere, si usano diverse varietà di tè nero, tè verde,  ma anche oolong e tè bianco. Esiste una variante detta yuenyeung (鴛鴦, dal nome dell'anatra mandarina) che è nata a Hong Kong ed è preparata con tè nero, caffè e latte. In alcuni locali, i boba sono disponibili anche con tè deteinato.

Alcuni boba sono preparati con miscele di tè diversi, con gelato o frutta.

Anche se il bubble tea è originario di Taiwan, si stanno diffondendo varianti fusion ispirate ad altre tradizioni culinarie. Ad esempio, in alcune località, si usano fiori di ibisco, zafferano, cardamomo o acqua di rose.

Per dare al bubble tea la sua consistenza gommosa, si usano perle di tapioca (boba) o altre sostanze gelatinose. Le perle di tapioca usate nel bubble tea sono generalmente di colore nero a causa dell’aggiunta di zucchero di canna. Si trovano anche perle di colore verde che hanno un lieve aroma di tè verde e sono più gommose rispetto a quelle classiche. Le gelatine, invece, possono assumere forme diverse: a cubetti, a forma di stella, o a strisce, e sono generalmente aromatizzate al cocco, al konjac, al litchi, alle erbe, con mango, caffè e tè verde. Se si usano crema di fagioli azuki o di soia verde, condimenti tipici dei dessert taiwanesi a base di ghiaccio tritato, la bevanda avrà un sapore delicato e una consistenza particolare. Molti dei locali che preparano bubble tea usano anche  aloe, crema pasiccera e sago.




Le sferette chiamate popping boba contengono succhi di frutta o sciroppi. Sono un tipo di guarnitura molto diffusa, generalmente al gusto di mango, litchi, fragola, mela verde, frutto della passione, melograno, arancia, cantalupo, mirtillo, caffè, cioccolato, yogurt, kiwi, pesca, banana, lime, ciliegia, ananas, guaiva rossa, ecc.

Alcuni locali offrono bubble tea con crema di latte o di formaggio, che hanno una consistenza più densa, simile a quella della panna montata.



Altri preparano bubble tea senza caffè o tè usando una base di latte, o derivati del latte, e ghiaccio; queste varianti sono dette snow bubble. Per la loro preparazione, si possono usare gli stessi ingredienti che normalmente vengono aggiunti al bubble tea. Uno degli svantaggi è che, essendo la bevanda già molto fredda in partenza, le perle di tapioca possono indurirsi e risultare difficili da masticare o succhiare con la cannuccia. Per evitare questo rischio, le bevande di questo tipo vanno consumate più velocemente del bubble tea classico.

Nei locali che vendono bubble tea, il cliente in genere può scegliere la quantità di ghiaccio o zucchero.




Per adesso non l'ho ancora assaggiato, ma prima o poi arrivo....quello che mi intriga è quello trasparente , alla rosa, lime, fragola o pesca; meno quello al latte, caffè o cioccolato.
La scelta, comunque è molto vasta:


venerdì 3 luglio 2020

Brunetta Mateldi Moretti

 
 
Ho saputo di Brunetta Mateldi Moretti e  del suo valore artistico in maniera del tutto occasionale, mentre cercavo immagini della Regina di Cuori: Brunetta aveva disegnato un abito non solo per lei, ma anche per tutte le altre Regine del mazzo di carte. 














Per farvela conoscere meglio , rimando alla presentazione fatta dalla giornalista Cristiana di San Marzano :

" Dire che è stata  una disegnatrice di moda è riduttivo. Bruna Mateldi Moretti, per tutti semplicemente Brunetta, è stata soprattutto una curiosa degli altri, un'osservatrice. Un'artista che ha usato blocknotes e matita per esprimere il suo senso dell'umorismo, a volte anche crudele. Il primo disegno ? Un branco di galline con borsetta e cappello. Erano le signore di Ivrea a passeggio."

Nata in Piemonte nel 1904, cresciuta in una famiglia colta e amante dell'arte, la sua carriera artistica , che attraversa il mondo  del disegno, dell'illustrazione, della pittura e della caricatura, si dipana ininterrottamente come un gomitolo attraverso il Novecento.
Dopo aver frequentato l'Accademia di Belle Arti a Torino, si trasferisce a Milano, dove nel 1930 sposa il pittore e illustratore Filiberto Mateldi, di vent'anni più grande di lei; grazie alle sue conoscenze, Brunetta viene catapultata nel mondo della moda. I suoi disegni sono stravaganti, quasi surreali, e piacciono tanto, al punto da essere apprezzati anche a livello internazionale: la direttrice di Harper's Bazar la vorrebbe a Parigi, e Pierre Cardin organizza per lei una mostra personale. Purtroppo nel '35 il marito è costretto a letto da una grave malattia, che lo porterà alla morte nel 1942.
Brunetta non si fermerà: continuerà ad illustrare il costume di un'intera società da Monte Carlo a New York, collaborando con diversi periodici e quotidiani sia italiani che stranieri.


















































 
 




































Grazie al  suo stile, così inconfondibile e spesso ironico. quasi caricaturale a volte, Brunetta ottenne riconoscimenti sia in Italia che all'estero,come l'Ambrogino d'oro a Milano nel 1950 e qualche anno dopo nel 1962 un posto nella classifica delle donne più potenti al mondo secondo il Sunday Mirror. 

Presente in diverse riviste, come "signora" della moda, si spense il 1 gennaio 1989, lasciando numerosi disegni, carteggi e diari.

mercoledì 1 luglio 2020

Il giardino dei semplici

Il Giardino dei Semplici: erano così denominate semplici le piante con virtù medicamentose, vere o presunte. A Pisa, Padova e Firenze esistono attualmente gli orti-giardini dei semplici più antichi al mondo, per la coltivazione e lo studio delle piante officinali e di quelle più propriamente medicinali.
Volevo parlarne e cercando informazioni, ho trovato qui  https://www.codiferro.it/giardino-dei-semplici-monastico/    una bella spiegazione completa di che cosa è questo giardino e la sua storia. Inutile riassumere con parole mie...è perfetto, quindi lo copio.

Il Medioevo è un periodo storico che si estende per diversi secoli, dal V al XIV d.C., dal quale ci sono rimaste poche conoscenze e ancora meno ne sono rimaste sul giardino medievale. Un dato certo è rappresentato dall’abbandono delle abitazioni rurali che costellavano le campagne, dovuto dalle ripetute invasioni barbariche che si sono succedute in quei secoli, successivamente alla decadenza dell’Impero di Roma. Per questo motivo, per molti anni, i campi coltivati, i frutteti, gli orti sono stati chiusi all’interno delle mura delle città, da qui “campi chiusi”. All’esterno delle mura si praticavano caccia e pastorizia, oltre a coltivazioni minori, da qui “campi aperti”. Col passare del tempo le bonifiche di ampi territori furono dimenticate e i boschi si appropriarono di nuovo dei loro spazi originari. Il giardino si rinchiuse così all’interno del monastero, prima, e del castello, poi.



Assistiamo alla nascita del giardino monastico. Con il Monachesimo e il sorgere di numerosi monasteri, la cultura romana si tramanda nei secoli e si mantiene in vita attraverso lo studio e la conservazione di antichi testi. Tra questi anche numerosi trattati di agricoltura inerenti la conoscenza e lo studio delle piante e della loro utilità. I monaci hanno l’obbligo di vivere nel convento e di svolgere in questo ambiente tutte le loro attività, tra le quali la coltivazione e lo studio delle piante utili. Si favorisce così lo svilupparsi della cultura dei giardini.




Sin dall’antichità si nutriva un particolare interesse per tutte le piante utilizzate per comporre i medicamenti. Questi potevano differire in semplici, se realizzati con una sola pianta o composti se ottenuti con la combinazione di più piante. Nel Medioevo, questa tradizione si sviluppa ancora di più.


Il chiostro rappresenta il centro della vita monastica, dove i monaci si incontrano, pregano e lavorano. Il giardino diviene luogo di incontro, studio e lavoro. L’hortus conclusus è un giardino chiuso all’interno di mura, protetto. Progettato con uno schema quadripartito, con richiami evidenti all’immagine descritta nella Bibbia del Paradiso terrestre, nel libro della Genesi. Al centro era posto un pozzo per l’acqua, simbolo della vita, oppure un albero, simbolo dell’Albero della conoscenza del Bene e del Male. Al giardino, origine di perfezione voluta da Dio, si contrappone il fuori, il resto del mondo. L’hortus conclusus , con la sua fonte di vita, simboleggia la Vergine Maria.




In un’antica pergamena di origine medievale, si descrive con dovizia di particolari la composizione di uno di questi giardini di erbe mediche, con sedici diverse specie (fra cui levistico, tanaceto, santoreggia, rosa, cumino, giglio, salvia, rosmarino, ecc.). In questi schemi, spesso le piante sono indicate oltre che per la loro utilità, anche per il loro valore simbolico legato alla specie o al numero in cui sono descritte.



Il giardino del Medioevo, o giardino dei semplici, ha un origine puramente utilitaristica, qui si coltivano piante alimentari e piante medicinali, oltre ad assumere un valore religioso: il giardino simbolo del paradiso e privo di peccato, contrapposto al bosco, popolato dalle fiere selvatiche , simbolo di peccato. Il giardino diventa anche hortum deliciarium, al suo interno si coltivano i fiori e i frutti per la casa e la cucina ma anche l’amore della letteratura del tempo.

Elemento essenziale dell’orto dei semplici è l’acqua, la conoscenza relativa al suo uso e alla sua conservazione. Tali nozioni derivano dalla cultura araba.






J. Harvey, studioso di giardini medievali, distingue cinque diversi tipi di giardino:
il “verziere” o kitchen garden,
il giardino delle erbe medicinali,
il giardino patrizio, il giardino del castello,
il giardino monastico,
il giardino d’ornamento o pleasure garden.


In un’altra fonte antica di studio, Walafrido Strabone (830 d.C.), si fa riferimento a numerose specie aromatiche, officinali e da cucina (finocchio, salvia, aglio, ecc.). Si disegna la pianta di un “orto medicinale”, composto da “spartimenti”, nei quali erano messe a dimora le diverse specie di piante, come in un futuro orto botanico. Carlo Magno fa scrivere il “Capitulare de Villis”, con istruzioni sui giardini. Alberto Magno nel “De Vegetabilibus et plantis”, descrive un giardino ideale. Pietro de’ Crescenzi, nel 1305 scrive “Liber Ruralium Commodorum, dove indica con precisione i tipi di giardino (“delle erbe piccole, per le persone mezzane, dei signori”). Giovanni Boccaccio, nel Decamerone, descrive un giardino recintato, con vie dritte, bordate da siepi di rose bianche e da gelsomini, ricco di profumi, con una fontana, un prato verde scuro fiorito, alberi di agrumi, fiori e frutti.



Nel giardino medievale è assente il gusto estetico per la composizione d’insieme.
Furono i monaci a svolgere un’intensa attività di ricerca in campo farmaceutico riguardo la produzione di medicamenti efficaci per la cura di vari disturbi, oltre alla redigere cataloghi articolati e commentati delle diverse erbe coltivate che venivano utilizzate per le cure mediche, detti Hortuli.



Da:
https://www.biosalus.net/educazione-e-stili-di-vita/il-giardino-dei-semplici-il-fiore-dell-arte-del-sanare.html


In questo campo è importante il monachesimo di San Benedetto da Norcia.

La sua Regola, da Montecassino conquistò l’intera Europa secondo il modello del Monachesimo Orientale di San Basilio di Cesarea, valorizzando la cultura e il sapere come capisaldi di un modello di assoluto successo che ebbe il suo apice in quel particolare fenomeno che conosceremo poi come “medicina monastica”: perfetto esempio di “ora et labora”.



Tanti erano i pellegrini al tempo, e molti altri avrebbero poi calpestato le stesse strade e gli stessi sentieri. Molti erano poveri, e come sia ammalati e bisognosi di cure ed assistenza. Fu naturale quindi per i monasteri stessi, costituirsi quali centri di prima e più strutturata assistenza per tutti coloro che bussassero alle loro porte. I monaci-medici, divennero delle figure quasi venerate, tanto che lo stesso Carlo Magno, nel 805 ordinò che la medicina –sotto il nome di “fisica”- fosse introdotta in pianta stabile nei programmi di insegnamento universali.

Basilare, a questo punto, divenne un’ulteriore attività dei monasteri: quella della trascrizione e copia dei codici antichi di scienze naturali.
Questi provenivano in massima parte dai mondi greco e latino: Ippocrate, Catone il Vecchio e Galeno, furono per anni i maestri indiscussi e più letti e copiati.



La medicina monastica, basava infatti la “spes” di guarigione su due pilastri: la misericordia di Dio (e quindi la preghiera, “ora”), e l’azione terapeutica dei “semplici” -sapientemente preparati e somministrati (“labora”)- indicando con questo termine le erbe medicinali o il medicamento sovrano e provato a base di quelle.

Nasce così l’ “hortus simplicium” –il Giardino (o orto) dei Semplici- posto all’interno dei vari monasteri e adibito alla coltivazione delle piante medicinali e aromatiche, con la loro seguente conservazione nell’armarium pigmentariorum.

Se ne curava direttamente uno specialista, a un tempo farmacologo, medico e speziale: il monacus infirmarius.

Il Giardino era anche un luogo di pace e tranquillità, diremmo quasi di “meditazione”, o più correttamente di “contemplazione”.

La condizione intima che identifica quindi questo spazio particolarissimo, al di là della dimensione “fisica”, è per certo quella di Giardino dell’Anima; luogo inattaccabile dai dolori e dalle passioni, e per questo capace di produrre le “sostanze che curano”. I Semplici, appunto.


lunedì 29 giugno 2020

Dolci bergamaschi

Un piatto tipicamente bergamasco è la polenta, pane dei poveri, che, anticamente, chi poteva, accompagnava con un arrosto di uccellini di piccola taglia, come allodole, fringuelli o passeri.
Oggi questi uccellini non possono più essere cacciati. A Bergamo, però, è ancora possibile mangiare la polenta e uccelli perchè un pasticcere milanese trapiantato in città, Alessio Amadei, ha inventato agli inizi del secolo scorso un dolce che raffigura il piatto tipico, forse la prima cake design della storia!







 Polenta e osei è un dolce stracalorico preparato con pan di spagna, marmellata di albicocche, crema al burro, cioccolato, marzapane,e quant'altro. Bellissimo da vedere, difficile da preparare, impossibile da mangiare in quantità più che minime. In effetti i pasticceri lo fanno di varie dimensioni e la più venduta è la monoporzione che, volendo, può accontentare anche due persone.


Una novità nella pasticceria bergamasca è il Dolce mOro, nato nel 2014 per iniziativa di 11 pasticceri bergamaschi: un nuovo dolce pensato e realizzato per rendere omaggio al tradizionale dolce della polenta e uccelli, ma rivisitata in una versione più moderna.

Il mOro è un gustoso lingotto dolce da affettare che si conserva per oltre un mese e può essere gustato al naturale o accompagnato da creme a piacere, che non risulta mai troppo dolce.
Gli ingredienti sono quelli originali della ricetta della polenta e osei made in Bergamo: cioccolato gianduia, pasta di mandorle, nocciole, farina di mais, rhum invecchiato 15 anni.




Nella scelta del nome il gruppo di 11 pasticceri si è ispirato alla forma di lingotto in riferimento alle Mura di Bergamo Alta: il nome “mOro” richiama sia le Mura Venete della Città vecchia sia il Moro di Venezia, con un incarto dorato per sottolinearne la preziosità.

Ma la torta che ha una storia romantica da raccontare è la torta Donizetti,  perchè 
“se avete mal d’amore, basta una fetta di Turta del Donizèt e tutto passa”.
La leggenda narra che una sera Donizetti e Gioacchino Rossini, amici e colleghi, cenarono insieme in quella che doveva essere una serata divertente e gioiosa. Ma nulla poterono le chiacchiere e il buonumore di Gioacchino di fronte alle pene d’amore di Gaetano, affranto e senza pace.
Allora Rossini, che era un amante della buona tavola, interpellò il suo cuoco personale e gli chiese di preparare un dolce semplice, veloce ma tanto buono da guarire qualunque pena. Il cuoco ci pensò un attimo e poi ideò una deliziosa torta simile alla Margherita ma arricchita da tanta frutta candita e all’inconfondibile aroma del Maraschino. A quanto pare il dolce piacque molto al compositore, che ne divenne ghiotto. Chissà, magari guarì anche dai suoi tormenti di cuore! Questo non possiamo saperlo, ma sappiamo che la torta fu battezzata “Turta del Donizet” e che è talmente buona da far tornare, immancabilmente, il buonumore a chi la assaggia!

Sebbene la leggenda appena raccontata possa sembrare verosimile e decisamente suggestiva la verità è un’altra. Infatti questo dolce non fu inventato dal cuoco di Rossini, ma creato e brevettato da Alessandro Balzer nel 1948, in occasione del centenario della morte di Donizetti (8 aprile 1848). Per chi conosce Bergamo il Balzer è una meta fissa per colazioni e merende all’insegna della genuina dolcezza, si tratta della storica pasticceria che dal 1936 si affaccia sul Sentierone, uno dei più importanti e famosi viali di Bergamo, proprio di fronte al Teatro Donizetti. Una trovata geniale quella dell’allora proprietario e pasticciere Alessandro Balzer, che decise di omaggiare il musicista più famoso di Bergamo e tra i più celebri operisti dell’Ottocento dedicandogli un dolce davvero speciale, facilmente replicabile a casa


Notizie prese dal web.
Ed ecco la ricetta, che non è difficile:
60 g di fecola di patate
25 g di farina
60 g di zucchero
4 tuorli
2 albumi
160 g di burro
1 cucchiaio di succo di limone
50 g di albicocche candite
1 bustina di vanillina
maraschino
zucchero a velo


In una terrina lavorate a crema il burro ammorbidito con 50 grammi di zucchero, incorporatevi i tuorli e amalgamate bene.

Montate a neve gli albumi con il succo di limone e incorporateli ai tuorli.Aggiungete gradatamente la farina, la fecola, le albicocche tagliate a dadini, il maraschino e la vanillina. Versate l’impasto in uno stampo a ciambella (24 cm di diametro)imburrato. Cuocete in forno caldo a 180° per circa 40 minuti. Ritirate, sformate, lasciate raffreddare, cospargete la torta con lo zucchero a velo e servite.









sabato 27 giugno 2020

E' tornata Mariarosa!!.





E' ufficiale : la mitica Mariarosa è tornata sugli scaffali di diversi supermercati, come confermato sul sito del suo attuale sponsor, il marchio Rebecchi.

La notizia ha sollevato non poco entusiasmo in quelle "ragazze" che, come me, erano bambine negli anni '50...
Lei, Mariarosa, è davvero fortunata ad aver saputo mantenere nel tempo lo stesso aspetto simpatico e gioioso che aveva quando compariva in Carosello o sulle bustine di lievito Bertolini.

La bambina è la stessa, è vero, ma lo sponsor oggi  ha un altro nome, perché capita che nel corso del tempo anche le aziende più floride attraversino momenti critici e passino di mano. 


Al di là delle questioni commerciali, Mariarosa è di casa in questo blog perché , come è noto, è nata dalla penna di Mariapia, l'illustratrice italiana più amata  da diverse generazioni nel corso del '900.
Ancora oggi si collezionano le sue cartoline illustrate , piene di bambini e bambine paffuti e sorridenti, come quelli presenti nei numerosi libri, raccontati dalle rime di Jolanda Colombini Monti.
 
Anche il mondo della pubblicità, che in quegli anni andava sempre più espandendosi, non poteva perdere l'opportunità di utilizzare un'illustratrice vincente per far lievitare il fatturato dei clienti.
Nasceva così un vero e proprio personaggio, non solo un'immagine, una bambina che raccontava del suo mondo a contato con gli animali della fattoria.
 
 

 
 
Al mattino Mariarosa al
mercato se ne va.
Cose buone compra a iosa
pel pranzetto che farà:
antipasti, frutta, vini
e prodotti Bertolini!

Rincasando sul carretto
pensa al dolce la bambina:
un par d’ova… burro un etto…
latte… zucchero…farina…
ed infine, già dosato,
Bertolini, vanigliato!

Gallinella, Gallinella,
dammi un uovo! – Coccodè.
Te lo dò bambina bella,
però, dimmi, per cos’è?
– Faccio un dolce dei più fini
coi prodotti Bertolini!
 

Mucca bianca, mi vuoi dare
il tuo latte per la torta?
– Sì, però non lo sciupare…
– Ma che dici! Sono accorta
e non sciupo i miei quattrini:
uso buste Bertolini!


Procurato il necessario
ora impasta Mariarosa;
segue attenta il ricettario
diligente e scrupolosa.
Con ricette Bertolini
san far dolci anche i bambini!

Che fragranza! Che splendore!
Com’è soffice e gustosa!
Si farà di certo onore
con le amiche Mariarosa;
e ringrazia a cuor gioioso
Bertolini, prodigioso!


Qualche giorno fa in un post su questo blog, ho raccontato brevemente la storia delle scatole di latta ; Mariapia e Mariarosa hanno trovato spazio anche lì: un simpatico contenitore per la merenda o per il pranzo da portare con sé a scuola.








 Che goduria sarebbe stata poter avere a portata di mano un tesoro così !!!