venerdì 9 dicembre 2016

Fanny Brate




Fanny Ingeborg Matilda Brate, nata Ekbom, è stata una pittrice svedese ( 1862-1940), che ha influenzato gli acquarelli di Carl Larsson che rappresentano una vita idilliaca.
Fanny a diciotto anni entrò nell'Accademia reale svedese di Arte. Nel 1887 sposò il runologo Erik Brate da cui ebbe quattro figlie. Dopo il matrimonio fu costretta ad abbandonare la pittura, ma rimase sempre interessata all'arte svedese come patrona di altri artisti.
Il suo lavoro più conosciuto è Un giorno di celebrazione, del 1902, che ora appartiene al Museo Nazionale di belle Arti.
Oltre ai dipinti sia ad olio, che ad acquarello, Fanny illustrò anche libri per bambini, tra i quali Le avventure della nonna.



































giovedì 8 dicembre 2016

Un'idea da copiare

Se vogliamo metterla sul piano della praticità forse non è il massimo, specialmente nelle grandi città dove anche il traffico pedonale può diventare caotico nelle giornate di pioggia. Eppure qualcuno lo ha fatto e l'idea è stata apprezzata. E non ditemi che Boston è un paesino...
Lo hanno chiamato il progetto Raining Poetry, poesia della pioggia, ma non quella che a volte ascoltiamo ticchettare sui vetri di una finestra o sulle foglie degli alberi.


Si tratta proprio di versi scritti che si possono leggere...sui marciapiedi.
Grazie alla collaborazione tra la municipalità di Boston e l'associazione Mass Poetry, i versi dei classici della poesia americana sono stati scritti, o meglio spruzzati, su alcuni marciapiedi della città con una vernice idrorepellente e con l'aiuto di qualche stencil.
 
Lo spray evapora dopo pochi minuti ma riappare magicamente quando piove, o comunque quando viene bagnato, e così i versi diventano leggibili. La vernice è comunque biodegradabile e il suo magico effetto scompare dopo sei/otto settimane.




Visto che nelle giornate di pioggia la gente tende ad essere irritabile, forse questa piccola  magia potrebbe portare un po' di buon umore, non vi pare?
 

mercoledì 7 dicembre 2016

Atlantide


Un' Età dell'ORO in cui l'Uomo viveva in perfetta armonia con il cosmo è sentita e tramandata da tutte le civiltà Antiche e
Atlantide, come Shangrillà, rappresenta il sogno umano della perfezione, della vita serena e pacifica fra esseri che non conoscono dolore e infelicità. Un sogno che l'uomo ha sempre sognato e non è mai riuscito ad attuare nella realtà.




Atlantide è un'isola leggendaria, il cui mito è menzionato per la prima volta da Platone nel  IV secolo  a.C.
Secondo il racconto di Platone, Atlantide sarebbe stata una potenza navale situata "oltre le Colonne d'Ercole", che avrebbe conquistato molte parti dell'Europa occidentale e dell'Africa novemila anni prima del tempo di Solone (approssimativamente nel 9600 a.C.). Dopo avere fallito l'invasione di Atene, Atlantide sarebbe sprofondata "in un singolo giorno e notte di disgrazia" per opera di Poseidone.
Il nome dell'isola deriva da quello di Atlante, leggendario governatore dell'Oceano Atlantico, figlio di Poseidone, che sarebbe stato anche, secondo Platone, il primo re dell'isola.






Essendo una storia funzionale ai dialoghi di Platone, Atlantide è generalmente vista come un mito concepito dal filosofo greco per illustrare le proprie idee politiche. Benché la funzione di Atlantide sembri chiara alla maggior parte degli studiosi, essi disputano su quanto e come il racconto di Platone possa essere ispirato da eventuali tradizioni più antiche. Alcuni argomentano che Platone si basò sulla memoria di eventi passati come l' eruzione vulcanica di Thera o la Guerra di Troia,  mentre altri insistono che egli trasse ispirazione da eventi contemporanei come la distruzione di Elice nel 373 a.C. o la fallita invasione ateniese della Sicilia nel 415-413 a.C.
La possibile esistenza di un'autentica Atlantide venne attivamente discussa durante l'antichità classica, ma fu generalmente rigettata da autori posteriori. Quasi ignorata nel Medioevo, la storia di Atlantide fu riscoperta dagli umanisti nell'era moderna. E ancora oggi qualcuno crede che Atlantide possa essere esistita davvero:

"Alcune constatazioni sembrano dare ragione a coloro che credono nella realtà di Atlantide. Infatti,dei sondaggi effettuati nell'Oceano Atlantico hanno permesso di riportare in superficie dei frammenti di lava la cui struttura prova irrefutabilmente ch'essa si è cristallizzata all'aria. Pare dunque che i vulcani espulsori di questa lava si elevassero su delle terre emerse non ancora inghiottite dalle acque...Noi, per quel che ci riguarda, non vediamo niente di impossibile nel fatto che l'Atlantide abbia potuto avere un posto importante tra le regioni abitate, nè in quello che la civiltà si sia sviluppata fino a raggiungere l'alto grado che Dio sembra abbia fissato come limite del progresso umano...Limite al di là del quale si manifestano i sintomi della decadenza e si accentua la caduta, quando la rovina non è accelerata dal subitaneo scoppio d'un flagello improvviso". (Fulcanelli)



E un'ipotesi che può piacere a noi italiani è quella proposta qui:
È forse il mito più ancestrale e affascinante, di 
sicuro è quello più persistente nell’immaginario degli uomini, quello per decifrare il quale si è indagato di più, dalla Grecia alla Turchia alla Gran Bretagna, perfino al Giappone: quanto sareste sorpresi se qualcuno vi rivelasse che la fantastica Atlantide era, in realtà, la Sardegna? Platone descrive il regno di Atlante nel Timeo e nel Crizia scrivendo di «un’isola grande più della Libya e dell’Asia», potente, civile e sacra a Poseidon, dio del mare, e i cui abitanti erano «costruttori di torri». 
L’isola doveva essere ricca di acqua e foreste, con un clima dolce che permettesse più raccolti all’anno e, soprattutto, tanto ricca di minerali (argyròphleps nesos, «l’isola dalle vene d’argento») da permettersi cerchie di mura concentriche di ogni metallo. Atlantide si trovava oltre le Colonne d’Ercole ed era già antica per gli antichi quando venne inabissata dall’ira degli dei, «9000 anni prima» del tempo in cui scriveva Platone. 


(Barumini si sviluppa intorno ad un bastione di quattro torri più una centrale risalente al XVI-XIV secolo a.C.)


LA TEORIA
Secondo Sergio Frau (già giornalista e creatore di questa ipotesi, oggi confortata da dati di aerofotogrammetria, che preferisce la dizione «isola di Atlante») tutte queste caratteristiche sono riscontrabili in Sardegna e non altrove. In effetti la Sardegna sembrava agli antichi anche più grande della Sicilia, lì si facevano tre raccolti l’anno e il clima era eccezionalmente dolce, lì c’erano foreste immense e acqua in abbondanza, lì c’erano piombo, zinco, argento e la società era metallurgica fino dagli albori; lì vivevano i Thyrsenoi (i Tirreni), cioè i «costruttori di torri», i nuraghi. Gli ultimi dati riguardano proprio la civiltà nuragica: le fotografie aeree rivelano che quasi tutti i nuraghi che si trovano a quote basse sono sommersi dal fango, spesso irriconoscibili a prima vista, compresa la grande reggia nuragica di Barumini, disseppellita da 12 metri di fango e portata alla luce dopo 14 anni di scavi. Mentre i nuraghi a quote più alte, sulle giare, sono intatti e fuori dal fango. Perché? Forse la causa sta nella fine di Atlantide: uno tsunami di proporzioni enormi avrebbe colpito la Sardegna: i «costruttori di torri», che vegliavano un gigantesco forziere di argento, raccolti e civiltà perdono molte delle loro costruzioni (i nuraghi censiti sono 8.000, ma c’è ragione di pensare che siano molti di più). Gli approdi sicuri e i porti annegano sotto il fango, non ci si orizzonta più tra i fondali e la rete di commerci millenaria salta. In quel momento arrivano i Fenici e gli atlantidei finiscono asserviti ai faraoni o come fabbri in tutto il Mediterraneo. Non fu un maremoto qualsiasi, fu un megatsunami, con ondate alte centinaia di metri, eventualità oggi ritenuta possibile da molti studiosi.


(8000 nuraghi quelli censiti in Sardegna e che potrebbero corrispondere all’opera
dei costruttori di torri di Atlantide)

Restano due problemi, il momento della fine e l’indicazione geografica. Novemila anni dalla morte di Socrate, cui dobbiamo sommare 399 anni e 2016 anni fino a noi: il tutto fa circa 11.550 anni. Ma a quel tempo non esisteva nessuna civiltà nel Mediterraneo. E se, come spesso accadeva in passato, non si fosse trattato di novemila anni, ma di novemila mesi? In questo caso si arriverebbe al 1200 a.C., momento cruciale in cui la Sardegna passa dall’età del bronzo a quella del ferro e in cui viene segnalata una poderosa tempesta sismica.

GIBILTERRA O SICILIA
Infine, la collocazione, «oltre le colonne d’Ercole». Forse, prima del III secolo a.C. le Colonne d’Ercole non erano a Gibilterra, ma nel Canale di Sicilia: lì si trova un mare davvero pericoloso da attraversare, ricco di secche e fondali fangosi (la descrizione che ne fa Platone). A Gibilterra, invece, ci sono 700 m di acque limpide e nessun pericolo. Ma chi ha spostato le Colonne d’Ercole? Il responsabile è Eratostene (III secolo a.C.) di Cirene, che porta le Colonne a Gibilterra, probabilmente per rimettere Delfi al centro del mondo conosciuto, dopo che era passato il ciclone di Alessandro Magno, che aveva allargato i confini del mondo verso Oriente. Le Colonne migrano a Occidente per ragioni di simmetria, cade la cortina di ferro del mondo antico. Nasce una nuova geografia.



(A Ceuta di fronte a Gibilterra la statua che ricorda l’eroe greco in una delle sue dodici fatiche: superare i limiti)

Naturalmente molti pensano che Atlantide sia solo una metafora platonica: può darsi, però, come scriveva il filosofo neoplatonico Salustio, «queste storie non avvennero mai, ma sono sempre». Certo, se questa ipotesi è vera, bisogna formattare daccapo il disco rigido ormai vecchio e intasato della nostra cultura classica, in cui tutto è Grecia. Ma un giornalista-archeologo (e un po’ geologo) ci invita a farlo con argomenti chiari e avvincenti. Magari occorrono ancora altre prove, ma anche questa storia nasce da un sogno, solo che resta lì quando ti svegli e a farci i conti sono le nostre radici: è come se un pezzo di noi tornasse finalmente al posto che aveva, verso le terre del tramonto da cui siamo realmente venuti.

martedì 6 dicembre 2016

Il superstite




Prima del silenzio. Una notte d'inverno, la strada ghiacciata, neve tutt'intorno, un'auto sbanda, si schianta contro un albero, il guidatore è gravemente ferito. Aveva appuntamento con lo sconosciuto che poche ore prima aveva rapito suo figlio Sven, mentre era fuori casa con il fratello maggiore. Adesso tutto è inutile: l'uomo sa che sta per morire. E sa che anche suo figlio morirà. Dopo il silenzio. Da ventitré anni lo psichiatra Jan Forstner vive con l'angoscia della scomparsa del fratellino. Tutto ciò che gli resta è un registratore che aveva portato con sé la notte in cui erano usciti insieme e dove sono incise le ultime parole di Sven: «Quando torniamo a casa?» E poi il silenzio. E gli incubi che da quella notte non hanno smesso di tormentarlo. La notte in cui il padre è morto in un incidente d'auto. La vita di Jan si riassume tutta in quella notte: ha studiato psichiatria come suo padre, si è specializzato in criminologia e ora è tornato al punto di partenza: alla Waldklinik, la clinica dove lavorava il padre e dove adesso lavorerà anche lui. Vorrebbe ricominciare a vivere, lasciarsi alle spalle l'incubo, ma quando una paziente della clinica si suicida, Jan si trova coinvolto in un'indagine che svelerà un segreto atroce rimasto sepolto per ventitré anni... Un intreccio cupo e misterioso, un thriller inquietante e avvincente: il nuovo romanzo di Wulf Dorn.

Il mio parere? Fuori dal coro...l'ho trovato piuttosto deludente. Thriller psicologico..non mi ha tenuto avvinghiata alle pagine, anche se ero curiosa di vedere come finiva. Tutti gli indizi portavano verso una persona, che, quindi, era da scartare a priori e così ho fatto. Ne rimaneva un'altra soltanto, ma non ne trovavo il movente che, poi, salta fuori alla fine, come da un cappello di prestigiatore. 
Atmosfere da profondo nord: cupe, buio, freddo, suicidi a go go. Troppe morti.Il personaggio principale sfigato che più di così non è possibile. Personaggi appena accennati, qualcuno anche,  che non si capisce che cosa importi per la storia. Non specifico perchè chi vuole leggere il libro non deve avere anticipazioni. 
Insomma, non proprio un brutto libro, ma uno di quelli che si dimenticano in fretta. Peccato!

lunedì 5 dicembre 2016

Il Calendario dell'Avvento

Una delle tradizioni più diffuse del periodo pre-natalizio è quella del Calendario dell'Avvento che, secondo i più, ha origine in Germania.
Si narra infatti che un bambino tedesco di nome Gherard, nato verso la fine dell'800, fosse particolarmente impaziente di festeggiare il Natale e ogni anno già dai primi giorni di dicembre tormentasse la mamma con la domanda "Quando arriva il Natale ? "
Probabilmente stanca di sentirsela ripetere in continuazione, la donna pensò di confezionare per tempo  24 piccoli sacchetti di stoffa con all'interno dei deliziosi biscotti speziati e a partire dal primo giorno di dicembre ne regalava uno al piccolo Gherard : finiti i sacchetti, arrivava il Natale.
Questa abitudine piacque molto al bambino che, una volta cresciuto, pensò di rielaborarla creando quello che sarebbe diventato noto a tutti come il Calendario dell'Avvento, un grande cartellone con 24 finestrelle dietro le quali le mamme avrebbero potuto nascondere piccole sorprese per i loro bambini.
A partire dal 1920 questi calendari si diffusero rapidamente in tutta l'Europa diventando presto una tradizione irrinunciabile e non solo per i bambini...
Ecco una piccola raccolta di vecchi e nuovi Calendari dell'Avvento , pronta da sfogliare in attesa del Natale.