lunedì 27 marzo 2017

Le Chateau de la Belle au Bois Dormant












Così lo scrittore francese Pierre Loti, originario di Rochefort, definì il castello de la  Roche Courbon, quando lo vide in stato di completo abbandono, insieme al parco, mentre si recava a trovare una sorella che viveva a Saint Porchaire. In effetti il castello era stato abbandonato dai proprietari da lungo tempo.

Costruito come fortezza su uno sperone roccioso verso la fine del XV secolo , il castello era inespugnabile grazie alle sue possenti torri e al terreno acquitrinoso che lo circondava. Con il trascorrere del tempo, superati i continui conflitti interni alla regione, divenne nel XVII secolo una dimora di straordinaria bellezza , circondata da giardini alla francese simili a quelli che sarebbero stati realizzati successivamente nella reggia di Versailles. Tuttavia, dopo la Rivoluzione Francese la proprietà cadde progressivamente in rovina.
 
Fu proprio grazie all'interessamento di Pierre Loti e alla sua popolarità, che venne promossa una campagna di sensibilizzazione nei confronti di questa dimora che non meritava di finire nel completo abbandono. Fu così che nei primi decenni del Novecento Paul Chénereau ne divenne proprietario, provvedendo al completo restauro sia degli edifici che del giardino.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dal 1946 il castello , con i suoi giardini e il parco, è classificato come monumento storico ed è aperto al pubblico.


 


 
 

 
 
 






Trattandosi di una residenza privata,  gli interni del castello  sono soggetti a privacy, tuttavia sono disponibili in rete alcune immagini che testimoniano la raffinata eleganza degli arredi .














Nel castello è possibile visitare anche un piccolo museo dove vengono conservati alcuni interessanti reperti archeologici venuti alla luce nel terreno adiacente il complesso durante la riqualificazione del parco e dei giardini. Inoltre , come è ormai consuetudine per il mantenimento delle antiche dimore, vengono organizzate molte attività di intrattenimento per i visitatori grandi e piccini.
 

domenica 26 marzo 2017

Roraima

Navigare in internet è molto interessante! Scopro cose di cui non avrei mai saputo l'esistenza. Non è che si ci salvi dall'ignoranza, ma qualcosa da imparare lo si trova sempre.
Qui http://siviaggia.it/viaggi/il-monte-roraima-nella-gran-sabana-venezuela/9329/, 
per esempio, ho scoperto l'esistenza di un mondo antico, che è arrivato intatto fino ai giorni nostri. Non è interessante?







Si tratta di una delle formazioni rocciose più antiche della Terra. Il confine naturale tra Venezuela, Brasile e Guyana, nel cuore dell’America Meridionale. Anche noto come Tepui di Roraima o Cerro Roraima. Il suo fascino è protetto dalle nuvole che avvolgono la base del monte.


Gli abitanti di questi luoghi, gli indios Pemòn, da sempre hanno costruito leggende e storie fantastiche legate al Monte Roraima, per la sua natura così suggestiva e unica. 



Per gli Indios del posto, sono le “lacrime di Dio”. Secondo una leggenda, infatti, nell’antichità il monte Roraima non era così alto, ma si trattava di un’enorme pianura con grandi distese di acqua, ricoperta da una rigogliosa foresta, ricca di flora e fauna… un paradiso terrestre.
Un giorno qui nacque un banano ricco di frutti di rara bellezza e Paaba, Dio in persona, proibì agli abitanti di mangiarli e di toccare l’albero sacro. Gli abitanti della regione un giorno si accorsero che l’albero era stato spezzato e che un casco di banane era stato rubato. La natura, in pochi istanti, si ribellò e, mentre la popolazione fuggiva spaventata, anche gli uccelli, volando, emisero un triste canto. Mentre la pioggia si abbattè a dirotto sulla regione, al centro si innalzò lo spettacolare monte Roraima, avvolto da una cintura di nuvole.





A livello geologico i tepui sono i resti di altopiano di arenaria che nel corso del tempo hanno subito un’erosione naturale, rimanendo come isole all’interno della foresta pluviale. Roraima è il tepui più famoso. Il suo nome per gli indigeni è traducibile più o meno con "la madre di tutte le acque" perché dalla vetta le cascate che si formano danno origine alla maggior parte dei corsi d’acqua. E’ alto quasi 2.800 metri.Le antiche popolazioni della zona hanno dato a queste montagne il nome di "tepuy" ovvero la "casa degli dei". I corsi d’acqua che scendono dalla montagna, interrotti da alte cascate, vanno verso il Rio delle Amazzoni, l’Orinoco e verso i fiumi della Guyana. 
Un altro tepui molto conosciuto è l’Auyantepui da cui nasce il Salto dell'Angelo, la cascata più alta del mondo. 



Nel Sud-Ovest del Venezuela esistono più di un centinaio di tepui e possono raggiungere i 3.000 metri di altitudine. Hanno pendii ripidi come strapiombi. Sulla vetta il paesaggio sembra lunare, disseminato di statue naturali scolpite dal vento in una roccia molto scura. 





Sul Roraima si trova "la valle dei cristalli", un’area completamente ricoperta di quarzi. 






Sulla superficie dell’altopiano sono rimasti ambienti unici con una flora e una fauna che non hanno simili sul nostro pianeta. Alcuni esemplari di piante e animali che vivono soltanto qui, come alcune orchidee e piante carnivore. Sono famose le minuscole rane nere, che per sfuggire ai predatori, non saltano ma si spostano trasformandosi in palle che rotolano.




Il clima è più fresco rispetto al clima tropicale che si trova nel territorio circostante. Alcuni tepui mostrano caverne o cenote in rocce solubili nell’acqua come il calcare. Possono essere profondi e larghi fino a 300 metri, scavati dall’acqua e il cui soffitto ha ceduto nel tempo.






 Il Roraima fu d’ispirazione ad Arthur Conan Doyle per scrivere il romanzo "Il mondo perduto", dove sarebbero sopravvissuti dinosauri e altri animali preistorici.

 Nel 1884 fu conquistata la vetta proprio di questo tepui che suscitò un incredibile interesse scientifico; l’isolamento di questo habitat ha fatto in modo che qui sopravvivessero davvero specie animali e vegetali del tutto assenti altrove sulla Terra.

La zona è abitata da diverse tribù di Indios, padroni quasi assoluti della Gran Sabana, la foresta ai piedi del Roraima. Sono gli indios Pemòn, una popolazione amazzonica pacifica ed egualitaria di 15 mila persone. Il centro maggiore della zona è la cittadina di Santa Elena de Uairèn, dove c’è anche l’aeroporto, nella regione di Bolivar in Venezuela. Da qui si può organizzare con guide locali un trekking sulla cima del Roraima, nel Parco Nazionale dei Canaima. La partenza dei trekking è dal villaggio di Paratepui a due ore e mezzo di auto dalla base dell’ascensione. La salita può durare circa due giorni e mezzo.

 

sabato 25 marzo 2017

La febbre del sabato sera


Come ho già raccontato qui http://ilclandimariapia.blogspot.it/2014/02/il-tempo-passa.html, John Travolta è uno degli attori che io e Mianna preferiamo e, anche se lo amiamo maggiormente adesso che è "in età", non possiamo fare a meno di ricordarlo con affetto nel film che ne ha fatto un divo: la febbre del sabato sera.
Decisamente poco raffinato,anzi, per niente,  ma bellissimo, sensuale e ballerino stupendo.






Da wikipedia:

La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever) è un film musicale del 1977 diretto dal regista John Badham, che lanciò l'attore John Travolta.

Si tratta di uno dei film più celebri nella storia del cinema. La pellicola, grazie alla quale Travolta ottenne la sua definitiva consacrazione, viene concepita come un vero e proprio omaggio alla disco music e al glam dominante negli anni settanta. Le musiche vengono arricchite dai successi musicali in voga all'epoca, tra cui spiccano le canzoni originali dei Bee Gees (soprattutto il brano Stayin' alive), che con la pellicola ritrovano una nuova stagione di gloria.






La trama tratta comunque tematiche serie, ed affronta problemi giovanili tuttora attuali, come l'emigrazione, l'uso di stupefacenti nelle discoteche, il razzismo- che non risparmia i protagonisti italo-americani, marchiati con gli annosi luoghi comuni di accidia e sciatteria - e la violenza tra bande.

Il film ebbe un successo straordinario. La colonna sonora della pellicola, composta per lo più dai celebri brani dei Bee Gees vendette oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, diventando una delle colonne sonore più vendute di tutti i tempi.



E proprio la voglia di riascoltare quelle musiche, la nostalgia di quei ballerini fantastici,  ci ha portato in teatro, ieri sera, a vedere una commedia musicale che riprende la storia di Tony Manero e Co. Non era la versione famosa con Lorella Cuccarini, di cui ho sentito parlare molto bene, ma un'edizione con attori-cantanti-ballerini a noi sconosciuti. Probabilmente noti al resto del pubblico, più informato di noi.



Che delusione, ragazzi! La commedia, qui, era vista come una parodia: i ragazzi sembravano tutti una massa di deficienti e gli adulti, penosissimi, che parlavano solo in dialetto pugliese ad un volume da spaccatimpani. Mi ricordavano quelle commedie dialettali che vedevo all'oratorio, da ragazza, o, al massimo,i Legnanesi, versione sud, ma con tutto il rispetto per i Legnanesi, che sono artisti specializzati!
Ma perchè hanno voluto farne una cosa comica? L'idea del film non lo era affatto! Anzi, trattava temi importanti e purtroppo sempre attuali. Soprattutto la mancanza di ideali che affligge la gioventù, la difficoltà ad avere sogni, in un mondo troppo materialistico, ma anche la possibilità di riscatto e la ricerca di un significato per la propria vita.
Se non si voleva andare sul "serioso", bastava raccontare una storia di ragazzi e lasciar cantare e ballare gli interpreti, che erano anche piuttosto bravi. 
Di parodie ce n'era già una, vista nella tv degli anni 80 ( forse a Drive in) e fatta da Enrico Beruschi, un maestro della comicità, che era stato bravissimo a far ridere, rifacendo per la trasmissione parecchi film famosi, tra cui, appunto, Saturday night fever..
Per dirla tutta, io e Mianna, nell'intevallo ce la siamo filata e ci siamo perse la seconda parte dello spettacolo perchè l'idea di un'altra ora e mezza di stupidaggini simili ci pesava troppo.
Che peccato.....questa volta non ci è proprio andata bene!
E allora consoliamoci con questo video




venerdì 24 marzo 2017

Timbuktu

Nelle mie fantasie di bambina Timbuktu era un posto imprecisato e misterioso ai confini del mondo, ma da quanto leggo oggi, pare che per molti fin da un lontano passato, questa città sia stata immaginata come una sorta di Eldorado , nascosto da qualche parte a sud del Sahara.
Fondata già prima del XII secolo, si trasformò rapidamente da presidio stagionale per la vendita del sale in uno dei più grandi punti nevralgici per il commercio carovaniero. Chi veniva dall'ovest portava oro da scambiare con il sale proveniente dalle miniere a est. Così, con  il tempo ,da stagionale il mercato diventò una postazione fissa e intorno ad esso sorse una vera e propria città.


All'inizio del XIV secolo Timbuktu apparteneva all'Impero del Mali ed era conosciuta in tutto il continente africano.








In questo periodo incominciò a diffondersi anche in Europa il mito di questa città e delle sue favolose ricchezze. Si racconta  che
nel 1320 il sultano del Mali, Mansa Moussa, fosse andato in pellegrinaggio alla Mecca con 60.000 schiavi e servitori e con un tale carico d'oro che ,durante la sua sosta al Cairo, il prezzo del metallo prezioso precipitò improvvisamente.

Si diceva che tutto l'oro provenisse da Timbuktu e quando 30 anni dopo l'esploratore arabo, Ibn Battuta, visitò la città, i  racconti della sua stupefacente vitalità infiammarono la fantasia degli europei, che la immaginarono come un luogo lastricato d'oro.



 
 
Ma la vera stagione d'oro di Timbuktu avvenne nel XV secolo e non furono i lingotti di metallo prezioso a caratterizzarla, furono i libri.
In quasi 200 scuole coraniche,  centinaia di studiosi si raccolsero per trascrivere il loro sapere in una quantità straordinaria di manoscritti e tutti gli stranieri che arrivavano in città erano invitati a condividere le conoscenze acquisite e a diffonderle.

 
 

 
 
 
 

 
 

Timbuktu divenne uno dei più grandi centri culturali del mondo allora conosciuto, dove si impartivano nozioni non solo di contenuto religioso, ma anche di matematica, scienza, astrologia.
Molti studiosi possedevano biblioteche personali con centinaia o migliaia di libri ed insegnavano all'interno delle moschee, ma molti di essi intrattenevano gli studenti nelle loro case e godevano di grande prestigio.

Purtroppo quando le truppe marocchine presero possesso della città nel 1591, Timbuktu iniziò un progressivo e inarrestabile processo di decadenza. Molti esploratori europei, sulla spinta del mito costruito su storie fantastiche, si avventurarono alla ricerca di Timbuktu : quelli che provenivano dalla costa occidentale spesso morivano a causa della malaria o di altre malattie tropicali, e quelli che attraversavano il deserto finivano per morire di fame e di sete o vittime delle scorribande delle tribù nomadi.

I pochi che riuscirono ad arrivare indenni alla meta, furono delusi nel trovare solo sabbia e cammelli in una città ormai spenta.
 
 


A testimonianza del periodo d'oro di Timbuktu restano la prestigiosa Università coranica di Sankoré e tre grandi moschee.
Quasi tutti gli edifici sono stati costruiti con il fango, materiale solido e garantito dalla scarsissima presenza di piogge; tuttavia i principali monumenti sono minacciati dal problema della desertificazione.





























L'occupazione della città da parte degli estremisti islamici ha rappresentato e rappresenta un ulteriore pericolo per la storia e la cultura di questa città. Grazie però alla strenua volontà di difendere un preziosissimo patrimonio artistico e culturale custodito per secoli , è stato possibile trasferire e mettere in salvo la maggior parte degli antichi manoscritti di proprietà di numerose famiglie locali.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dal 1988 Timbuktu è entrata nell'elenco dei siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO ed è stata proposta come candidata al concorso delle sette meraviglie moderne.
 
Molti sostengono che questo angolo di mondo meriti di essere visitato prima di morire, perché qui si ritrova l'Africa delle origini
dove la vita è rimasta quella di sempre : l'acqua attinta ai pozzi - quando c'è - il miglio pestato col mortaio e il pane cotto nel forno.
 
 
 
 
 
 
Il Mali è un paese in cui più di venti etnie diverse hanno saputo conservare il proprio idioma, i propri costumi e soprattutto l'arcaica nobiltà che non può essere cancellata né dall'attuale miseria né dall'instabilità politica.