martedì 27 settembre 2016

Calimero e il grano saraceno

Nel nostro bel Paese tutte le regioni e quasi tutte le città possono vantare specialità gastronomiche arcinote in Italia e magari anche all'estero. Io ho radici bergamasche e quando mi chiedono quali sono i prodotti tipici della mia città, mi faccio piccola piccola perchè, a parte la "polenta e osèi" ormai in declino per carenza di materia prima in conseguenza dei limiti posti , fortunatamente, alla caccia, e trasformata in dolce, non mi viene in mente niente altro...





Forse è  colpa della mia ignoranza culinaria, ma vantare solo la polenta, presente tra l'altro anche nelle regioni limitrofe, mi fa sentire piccola e nera, proprio come il pulcino Calimero della pubblicità in TV di tanti anni fa. 






Ieri però mentre preparavo i pizzoccheri, un piatto tipico della Valtellina, la mia autostima culinaria  bargamasca, ha guadagnato qualche punto, nel leggere gli specifici riferimenti alla mia terra nella presentazione del grano saraceno stampata sulla scatola dei pizzoccheri.






"Dalle steppe dell'Asia fino alle vallate alpine, il grano saraceno veniva già coltivato nel XV secolo nelle vallate bergamasche e bresciane, così come riportato nel registro del Mecklemburgo nel 1436.






 Da un prodotto ricco di proteine vegetali ed alto contenuto di fibre, così essenziali nella nostra alimentazione, conosciuto e consumato da oltre 500 anni dai Bergamaschi e dai Bresciani, sono nati "piatti" di grande notorietà come la Polenta Taragna, di cui Bergamo è la patria e che prende il nome dal lungo bastone con cui viene mescolata,detto "tarain".



Fu grazie alla coltivazione del saraceno da parte dei bergamaschi che la celeberrima Meluzza comasca divenne la madre dei pizzoccheri, così come testimonia nel 1548 Ortensio Landi nella sua opera "Catalo dell'inventario delle cose che si mangiano et bevande c'heggedì S'susano" stampato a Venezia nello stesso anno.
Soltanto cento anni dopo, e cioè nel 1616, anche l'alta Valle dell'Adda, la Valtellina, si apriva alle coltivazioni del grano saraceno, così come testimoniato dal Governatore Giovanni Guler Von Weinech, allora appartenente al Cantone Svizzero dei Grigioni.





Quella del grano saraceno è stata una delle colture più caratteristiche di questa Valle alla quale va il merito di aver custodito con passione e amore una così antica ricetta"






Poca roba, se si considera che ovunque la tradizione dei pizzoccheri è attribuita esclusivamente alla Valtellina, ma abbastanza per poter vantare quantomeno la collaborazione della mia gente al successo di questo piatto. Calimero ringrazia...






lunedì 26 settembre 2016

Come se l'amore potesse bastare


Quando torna a vivere in paese insieme al marito e ai due figli, Barbara ha più di una verità da nascondere. È dura ammettere che hanno dovuto chiudere il negozio, che sono in un mare di debiti e non possono più permettersi di mantenere l’appartamento in città, che sono diventate una delle tante famiglie colpite dalla crisi. Solo con sua madre non può far finta di niente; del resto, per una madre, la più lieve increspatura del viso è una finestra aperta sul cuore di un figlio. Ma c’è qualcos’altro che nemmeno lei deve scoprire: un segreto che Barbara custodisce in grembo e che sta per costarle la decisione più difficile della vita. Una sera, mentre i pensieri le tolgono il sonno e l’unico conforto sembra essere un documentario alla tv, un piccolo dettaglio la scuote all’improvviso. Nello studio di un famoso architetto, lì sullo schermo, c’è qualcosa che Barbara conosce molto bene: la statuina intagliata nel legno che sua nonna ha sempre custodito gelosamente. Nonna Gentile: una roccia per tutta la famiglia, una donna coraggiosa capace di crescere da sola quattro figli al tempo della guerra, con il marito disperso al fronte. Perché nessuno sa – o vuole – spiegarle come mai quel piccolo oggetto sia finito là? Perché sua madre sembra infastidita dall’argomento? C’è un punto oscuro nella vita della nonna ed è lì che Barbara vuole scavare. A tutti i costi, come se quella statuina di legno racchiudesse la soluzione a tutti i suoi problemi, il senso che lei stessa sta cercando. Il consiglio di nonna Gentile di cui tanto, ora, avrebbe bisogno. 



Con una copertina così, non avrei potuto non comprarlo. E invece la copertina non c'entra niente col libro, che non racconta una storia vista dagli occhi di qualche bambina, ma racconta la storia di due donne.
I capitoli si alternano con la vicenda odierna di Barbara, che sta vivendo la crisi economica dei nostri giorni e con quella della nonna Gentile, che in tempo di guerra ha dovuto affrontare problemi molto, molto più grossi. Così Barbara, col ricordo della nonna e con l'aiuto della madre,  realizza che bisogna sempre tener duro e affrontare le difficoltà, in nome dell'amore che noi donne abbiamo per i nostri figli, se non per i nostri mariti.
A me il libro non è piaciuto del tutto: la scrittura mi pare poco moderna, la protagonista non mi è stata simpatica fin dall'inizio e, probabilmente, non ero in stato d'animo per leggere racconti di guerra. Non è una brutta storia, ma...non mi ha soddisfatta.
Purtroppo devo dire che ultimamente è molto difficile trovare un racconto che mi cattura dall'inizio alla fine.
 Ken Follett, dove sei? Stai scrivendo? Fatti vivo!!!!

domenica 25 settembre 2016

Ralph Lauren

Uno dei miei stilisti preferiti, se non il preferito in assoluto è Ralph Lauren, vero nome Ralph Lifschitz, nato a New York nel 1939 da una famiglia di immigrati ebrei bielorussi.





Dal Foglio del 18 maggio 2003 articolo di Andrea Affaticati


Tutto è incominciato con le cravatte”. È una delle frasi da copione, più standard di una brochure, che Ralph Lauren usa per raccontare il suo esordio, anno di grazia 1967. La passione per gli abiti l’aveva sin da giovane. Non particolarmente portato per le attività sportive, preferiva passare i pomeriggi a caccia di pantaloni, di giacche particolari. Uno dei suoi indirizzi preferiti era Brooks Brothers, allora il sancta sanctorum del guardaroba del gentleman americano con un gusto molto english. Era attirato dai vecchi negozi, quelli che sembrano essere sempre esistiti. Insomma che hanno una storia. E un passato dovevano avere anche i capi che lui cercava. Da qui il suo amore per le cose datate, i cappotti militari, le cinture western, le giacche di tweed che immaginava essere passate da padre in figlio.








L’idea di dare una forma rivoluzionaria alla cravatta gli era venuta tre anni prima, nel 1964, di ritorno dal viaggio di nozze in Europa con la moglie Ricky. Lì aveva visto modelli con nodi molto più grandi del normale. Allora Ralph aveva 25 anni e lavorava come commesso nel negozio di Rivetz a New York. Entusiasta della scoperta propose al suo datore di lavoro di creare una nuova linea che unisse il nuovo e la tradizione, dunque cravatte dal taglio largo, realizzate però con stoffe di qualità e dai colori accesi. Rivetz rifiutò ma Ralph non si arrese e si mise a cercare qualcuno che avesse voglia di scommettere su di lui. Ebbe fortuna perché poco dopo incappò nel direttore della Beau Brummel, una ditta di Cincinnati. Decise che si poteva anche rischiare e aprì una piccola divisione lasciando però a Ralph tutto l’onere che ciò comportava: ideare, realizzare e commercializzare il prodotto. A incuriosirlo, forse, non era stata solo la fattura ma anche l’idea del giovane sul prezzo di vendita. Se una cravatta poteva costare allora mediamente tra i 2 dollari e mezzo e i 5 dollari, per le sue Ralph intendeva partire da un prezzo base di 7 dollari e 50 per arrivare anche ai quindici.






Ralph non sapeva se aveva in mano le carte giuste. Ma le giocò, e vinse. Incoraggiato da questo primo successo, l’anno successivo ideò un’intera linea di abbigliamento maschile. La prima collezione, la rottura con le convenzioni del tempo: niente poliestere, niente influenze hippie. La sua icona era Cary Grant. Di lui aveva studiato ogni film. Aveva annotato come gli stavano le camicie, come erano tagliate le giacche, quanti bottoni avevano. Era andato nei negozi in cui Grant si serviva. Come un attore che vuole diventare un tutt’uno con la parte, aveva cercato di calarsi nei panni del suo idolo. Ne uscì una versione dandy dello stile Ivy League. 






Infine, quando nel 1971 presentò la prima collezione donna, e con questa il famoso logo ricamato raffigurante il giocatore di polo a cavallo, ebbe l’idea, allora assolutamente nuova, di creare camicie che erano una semplice variante di quelle maschili. Fu un’altra scommessa vinta. Ma per quanto le sue idee potessero apparire rivoluzionarie, erano nei fatti variazioni originali di uno stile che voleva rivitalizzare la tradizione.





Per Lauren la moda non è mai stata una forma di arte d’avanguardia per pochi iniziati. Anzi, rispetto all’avanguardia ha sempre avuto idee molto precise: la moda, quella che cambia a ogni stagione, nasce in città; ma lo stile, quello che resta generazione dopo generazione, arriva dalla campagna. Quella inglese, ovviamente. 







In modo democratico, tipicamente americano, e con occhio attento anche ai conti, il suo fine era quello di conquistare il guardaroba di tutti: ricchi e poveri, vecchi e giovani. E non solo. Ralph Lauren viene oggi celebrato come l’inventore dell’american style. Uno stile che riguarda anche un modo di vivere, dove fondamentale è il recupero di un retaggio culturale nel quale affiorano richiami alla vita rude dei cowboy così come a quella raffinatamente understated dei Vanderbilt nelle loro sontuose dimore. 
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 Dal cinema nasce la sua donna ideale, per la quale avrebbe disegnato in futuro, per la quale ha sempre disegnato: “Una donna cosmopolita, che parla più lingue, con una famiglia benestante alle spalle”. Da qui il suo ideale maschile, che sarebbe stato poi concretizzato da Robert Redford. Sia nei panni del protagonista nel “Grande Gatsby”, film per il quale Lauren fu chiamato a realizzare alcuni abiti, sia nella vita reale, con quel suo vestire un po’ cowboy, con quella passione per il suo ranch, a Sundance. E anche Lauren, che fino ad allora prediligeva capi sartoriali, virò sempre più verso jeans, t-shirt e stivaletti di cuoio...................





 Iniziò dunque a disegnare immaginando lo stile di vita del suo americano ideale: appartenente all’upper class, benestante ma non necessariamente miliardario; di bell’aspetto ma non figurino, sempre un po’ abbronzato e ovviamente sportivo; con una solida famiglia alle spalle, una moglie bella, preferibilmente bionda, e un nugolo di figli felici attorno.................










Guardando a ritroso la sua lunga carriera, si potrebbe dire che Lauren ha fatto nella moda quello che alcuni grandi immigrati ebrei – intellettuali, artisti, produttori hollywoodiani avevano fatto a loro tempo con il cinema e la cultura, cioè avevano costruito un ponte tra il vecchio e il nuovo mondo, e tra ebrei e gentili d’America. A partire dalla scelta del logo, il giocatore di polo. Voleva che i suoi abiti fossero sportivi, ma sofisticatamente sportivi. Il suo primo disegnatore, Sal Cesarini, col quale lo stilista non si lasciò benissimo, ha ritratto così il mondo ideale del suo ex datore di lavoro: “Pensava sempre ai ricchi gentili, agli abiti che questi indossavano quando uscivano da Wall Street e andavano a passare il loro tempo libero su fantastiche barche a vela o nei loro mitici ranch del Colorado. Come modelle sceglieva ragazze preferibilmente Wasp, o comunque ragazze che nulla avevano a che fare con il normotipo della donna ebrea”. Insomma quel lui e quella lei che da trent’anni, grazie a Bruce Weber, il suo fotografo preferito, ci raccontano dalle pagine di pubblicità il sogno targato Polo Ralph Lauren.


Un sogno di cui nel frattempo Ralph Lauren è diventato protagonista. Oltre ad avere una bella moglie e tre figli stupendi è proprietario di innumerevoli tenute tra cui ovviamente un ranch in Colorado, una villa a picco sull’oceano in Giamaica e una collezione invidiabile di auto d’epoca. Un sogno che l’ha visto salire la scala del successo gradino dopo gradino. Eppure Ralph Lauren (e le sue creazioni) non è mai stato accettato nella ristretta cerchia degli stilisti più esclusivi. Ad averlo reso famoso e a consacrarlo tuttora come il designer americano per eccellenza non sono i suoi completi sartoriali, gli abiti da sera o i tuxedo firmati Ralph Lauren Purple Label, ma le collezioni basic targate Polo Ralph Lauren diventate uno status symbol in tutto il mondo.





 Oggi sul suo website si legge: “Quello che ha preso il via trentacinque anni fa con una cravatta è diventato uno stile di vita che ha ridefinito la percezione del gusto e della qualità americana. Siamo stati i primi a creare una pubblicità che non mostrava solo modelli in posa, ma modelli che interpretavano una storia. E siamo stati sempre i primi a creare negozi che permettevano ai clienti di prendere parte a questa storia”.

Nel 1986 Lauren inaugurò il Rhinelander Mansion, il suo flagship store all’angolo tra Madison Avenue e 72nd Street. Disposto su cinque piani in stile neorinascimentale francese, questo stabile del 1898 racchiude e materializza tutte le fantasie che hanno guidato Lauren nel corso della sua lunga carriera.






 Chi vi entra viene accolto da pavimenti in legno di quercia, pareti rivestite di mogano, soffitti a botte con decorazioni a stucco, candelabri Waterford, antiche vetrinette Cartier, pannelli art déco di vetro verde e una galleria di dipinti antichi che fiancheggiano la scalinata centrale, identica a quella del Connaught Hotel di Londra. Sparsi qua e là, bastoni da passeggio, bric-à-brac, valigie d’epoca ricoperte con gli sticker di alberghi storici, vecchie racchette da tennis, canne da pesca, quasi che ci si trovasse in una casa vera e propria, i cui proprietari si stanno preparando a caricare il bagagliaio delle loro automobili per una vacanza nella Sun Valley. 












“Da ragazzo, quando vedevo delle bellissime auto pensavo sempre ‘wow, ci vorrei essere io dietro a quel volante’. Forse ho sempre cercato di dipingere un mondo da favola. Forse ho sempre cercato di far rinascere uno stile di vita che abbiamo perduto”. A tutti, Ralph Lauren fa sempre una sola domanda: “Questo è sempre stato il mio film. Il vostro qual è?”.