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sabato 21 marzo 2020

Noter de Berghem

Lo so, non c'è nessun merito, ma solo grande fortuna nell'essere nata proprio qui, in questa terra che rispecchio,  che mi ha trasmesso i suoi valori e di cui vado orgogliosa di far parte. 
Fatti e non parole - sota la cender brasca. Ecco come siamo noi bergamaschi. 
In questi giorni terribili non andiamo sui balconi a cantare l'inno nazionale, non ce la sentiamo, stiamo in casa perchè il carico di dolore che ci è piombato sulle spalle è davvero troppo pesante. E siamo pronti a rialzarci, a rimboccarci le maniche e a darci da fare, come sono soliti fare gli Alpini che, in gran parte, vengono proprio da qui. Anche a ringraziare chi sta lavorando in maniera ultra-umana per aiutare dove si può. Ma senza cantare, senza applaudire. Non ci interessa essere ripresi dai vari tiggì. Senza nulla togliere a chi lo fa. Ognuno trova conforto a modo suo.

Ho trovato su facebook lo scritto che riporto qui sotto e che voglio condividere perchè chi è "foresto" impari a conoscerci e, se può, a capirci.


A Bergamo impari fin da piccolo che:
"non ce la faccio" - non si può dire.
"Non ci riesco"- non esiste.
"Sono stanco"-
non è mai abbastanza.
Cresci così, un po' chiuso, un po' con la convinzione di non essere mai all'altezza.
Ecco come Li riconosci quelli di Bergamo:
Testa bassa e a lavorare.
I bergamaschi, quelli veri, sono polentoni.
Si..perche' la polenta è ciò che li rappresenta.
Ruvida, dura e fredda fuori, con quella crosticina che si forma appena sfornata.
Tenera e avvolgente dentro, non ti delude mai.
I bergamaschi sono proprio così:
Un po' tonti, ruvidi e schivi;
Ma dentro sono buoni e dal cuore tenero.
Lo so, lo so, niente di speciale la polenta:
Acqua, sale e farina gialla;
Ma si sa', le cose semplici sono speciali perché rassicuranti, perché ci sono...
I bergamaschi ci sono.

Sempre.
Ci puoi contare.
Li puoi odiare, ma se te ne innamori.. be' allora sei spacciato, perché sarà per sempre.
Piange la mia Bergamo.
Senza far rumore, per non disturbare.
Giace a terra, fatta a pezzi da un nemico vigliacco subdolo, che non si fa vedere.
Gli occhi sono bassi, tristi e pieni di paura.
Ci sono solo ambulanze e silenzio.
Bergamo non ti posso abbracciare, ma tu non mollare proprio adesso.
Ricordi?
"Non ce la faccio"- non si può dire.
"Non riesco"- non esiste
"Sono stanca" non è mai abbastanza.

Passerà, certo che passerà, ma com'è dura, ragazzi! Comunque, noter am mola mia!














lunedì 16 dicembre 2019

White Christmas


In questi giorni di feste natalizie desidero parlare di questa canzone, tipica di quest'epoca dell'anno,  che è importante per il mondo della musica, del cinema e di chi ha vissuto, come me, nella seconda metà del secolo scorso. Questa, infatti, è la "nostra" canzone di Natale,  che ha fatto anche  da "interprete" in uno dei film che personalmente ho amato più, non solo da ragazza, ma anche adesso, che sono solo una ex ragazza. Un film ricco di poesia, di allegria, di buoni sentimenti. Un film che ti fa venire voglia di serenità, di affetti, di vita semplice.

Da:  https://tg24.sky.it/spettacolo/2017/11/04/white-christmas-curiosita.html un articolo di due anni fa:  Dieci cose che non sapete su White Christmas

Settantacinque anni fa veniva inciso e raggiungeva il primo posto nelle classifiche musicali mondiali una delle canzoni di Natale più famose di sempre, che ha venduto oltre 50 milioni di copie in tutto il mondo
Dopo averla eseguita varie volte in radio, nel maggio 1942 Bing Crosby registrava quello che sarebbe diventato un vero e proprio inno natalizio, "White Christmas". A 75 anni dalla sua uscita la triste voce del cantante nato a Tacoma, Washington, continua a rappresentare uno dei classici assoluti delle festività natalizie.



L'autore

"White Christmas" è stata scritta da Irving Berlin, un immigrato russo di origini ebraiche di 54 anni. Il brano era stato pensato per il film "Holiday Inn". Berlin era già famoso negli studi Decca per aver inciso brani come "Alexander's Ragtime Band," "Blue Skies," "How Deep Is the Ocean?" e soprattutto "God Bless America". È morto nel 1989 a 101 anni, dopo aver scritto canzoni per oltre 70 anni.

L'interprete

Fu Berlin a insistere affinché fosse Bing Crosby, con la sua voce flautata, ad interpretare la canzone. Il cantante la incise con la John Scott Trotter Orchestra e i The Ken Darby Singers. Come riporta il Wall Street Journal, il testo rimandava alla nostalgia per le atmosfere passate del Natale, in cui si potessero respirare sentimenti romantici e potesse risuonare l'eco delle riunioni di famiglia, allora separate dalla Seconda Guerra Mondiale. Ecco perché la voce di Crosby suona solenne, quasi triste, in tutto il brano.

La tristezza nel brano

Secondo il Wall Street Journal, la tristezza del brano era dovuta anche al ricordo della morte del figlio di Berlin, Irving Jr., a causa di un problema cardiaco. Il decesso avvenne durante la vigilia di Natale del 1928.

"Non avremo problemi"

Bing Crosby non espresse particolare entusiasmo per il brano. Come riporta Time disse: "Non credo che avremo nessun problema con questa [canzone], Irving". Ancora non sapeva che avrebbe definito la sua intera carriera.



L'origine

Dove sia nata "White Christmas" resta un mistero. Nel corso degli anni Berlin ha raccontato numerose versioni dell'accaduto. Di solito componeva tra New York e la sua casa di Los Angeles, spesso mettendo in cassaforte le idee per tirarle fuori al momento opportuno. Come raccontato in un pezzo del Publishers Weekly, la mattina dopo aver scritto la canzone, Berlin corse al suo ufficio e disse alla sua segretaria: "Prendi la penna, prendi appunti su questa canzone. Ho appena scritto la mia migliore canzone; diavolo, ho appena scritto la migliore canzone che chiunque abbia mai scritto!".


Il record

Alla sua prima uscita, il brano non ebbe riscontri entusiastici di vendite. Ma a ottobre 1942 "White Christmas" balza in testa alla classifica Billboard dei singoli e ci resta per 11 settimane. Secondo il Guinness World Record la versione di "White Christmas" di Bing Crosby ha venduto almeno 50 milioni di copie in tutto il mondo dal 1942, diventando il singolo più venduto di tutti i tempi.



Pearl Harbor

"Holiday Inn" portò la canzone sul grande schermo, grazie a Bing Crosby e Fred Astaire: durante la produzione del film i giapponesi bombardarono Pearl Harbor. Come riporta il Wall Street Journal, in un'intervista Berlin disse: "Le canzoni fanno la storia, e la storia fa le canzoni". Come riporta Kuow, durante i giorni successivi all'attacco, l'esercito trasmesse in radio "White Christmas" numerose volte, per ricordare ai soldati le atmosfere di casa.
283 versioni
Secondo un'infografica creata da Time, dal 1978 (anno dell'inizio dell'indagine permessa dai dati a disposizione) "White Christmas" è stata incisa 283 volte. Tra le versioni più famose ci sono quelle di Frank Sinatra, Michael Bublé, Elvis Presley, New Kids on the Block, Kenny G, Destiny's Child, Taylor Swift e Lady Gaga. Tra gli italiani, Andrea Bocelli, Marco Mengoni e Laura Pausini.



La “parodia profana” di Elvis Presley

Secondo All Music tra le versioni di "White Christmas" quella eseguita da Elvis Presley non piacque a Berlin. La definì una "parodia profana" e ammise di aver chiesto ai suoi assistenti di chiamare le radio, chiedendo di non passare il pezzo.


Riconoscimenti

Nel 1942 "White Christmas" ha vinto un premio Oscar come Miglior Canzone. Nel 1974 il brano di Berlin ha ricevuto il Grammy Hall of Fame Award, un premio Grammy istituito solo un anno prima per onorare le registrazioni che sono state pubblicate da almeno 25 anni e che hanno "un significato storico o qualitativo".

ascoltatela qui:



https://youtu.be/w9QLn7gM-hY


giovedì 17 maggio 2018

David Garrett

Mi piacciono gli innovatori, specialmente in campo musicale: ho amato gli urlatori, come Mina e Tony Dallara, ho poi adorato  Lucio Battisti e i Beatles, cioè quelli che hanno messo un po' di pepe in un mondo ormai seduto sulla tradizione. 
Oggi voglio raccontarvi di un giovane che sta innovando ora il panorama musicale, riuscendo a sposare due mondi di solito paralleli, che difficilmente si apprezzano a vicenda: la musica classica e il rock. Si tratta di David Garrett, giovane fascinoso su cui il gossip si scatena volentieri, ma i pettegolezzi a me non interessanola sua vita privata è affar suo; io ascolto la sua musica.





David Garrett, pseudonimo di David Christian Bongartz (classe 1980), è un violinista e compositore tedesco naturalizzato statunitense, suona un violino Stradivari e un Guadagnini.

Si è fatto conoscere dalla critica per il suo repertorio di musica rock adattato all'orchestra e, in particolare, al violino, che tende nelle sue cover a sostituire le chitarre di artisti quali Brian May, Angus Young, Slash, Kirk Hammett, Jimmy Page o Kurt Cobain, ma anche le voci, come quelle di Axel Rose o Michael Jackson. In modo analogo, accompagnato da chitarre e batterie, ha portato celeberrimi brani classici a tonalità più rock.
Il padre è un avvocato tedesco mentre la madre, Dove Garrett, è una ballerina americana. Proprio dalla madre ha preso il cognome utilizzato come nome d'arte, scelto dai suoi genitori perché «più pronunciabile».

All'età di nove anni ha fatto il suo debutto al festival "Kissinger Sommer". A 11 anni collabora con la Filarmonica di Amburgo, mentre nel 1994, a quindici anni, stipula un accordo con la Deutsche Grammophon  per l'incisione di diverse opere come solista. Nel 2004 si diploma alla scuola di arte Juillard di New York.


Nel 2008 è entrato nel Guinness dei primatiper aver eseguito il volo del calabrone in un minuto e sei secondi.





Con l'album Rock Symphonies del 2010 si fa conoscere alla platea internazionale; nel disco Garrett unisce il genere classico con il rock, fondendo brani di autori quali Vivaldi e Beethoven con altri come  U2, Nirvana, Metallica e Aerosmith.






Riguardo al suo strumento musicale, a undici anni ha ricevuto il suo primo violino Stradivari. David Garrett possiede anche un violino Guadagnini  del 1772; nel 2007, dopo un'esibizione presso il Barbican Centre di Londra vi cadde sopra danneggiandolo gravemente, ma poté riutilizzarlo nuovamente poco tempo dopo.


Nel 2013 debutta come attore cinematografico nel film Il violinista del diavolo,  dove è protagonista nel ruolo di Niccolò Paganini. Il 25 ottobre dello stesso anno pubblicherà il suo capolavoro intitolato Garrett vs. Paganini, che si può considerare un omaggio al compositore genovese.








La sua rivoluzione musicale non è isolata: «Non penso più che il mondo classico sia chiuso. Le cose stanno cambiando velocemente. Ci sono tanti giovani musicisti classici bravissimi che ora hanno voglia di fare qualcosa che appartenga al 21° secolo. D’altra parte la musica è un unico linguaggio e il pensiero più sbagliato è ritenere che la classica sia separata dal resto».











martedì 6 febbraio 2018

La performance di un ex biondo






I capelli sono sempre così, sparati, e si vede che lui ci tiene perchè un gesto inconscio e meccanico ogni tanto glieli fa tirare verso l'esterno per dare volume, ma non sono più biondi. Nè naturali, nè aiutati. Ha avuto il buon gusto di lasciarli brizzolati, a denotare la sua maturità.
La voce è quasi la stessa. Anzi, proprio la stessa, se si considera che è passata attraverso un cancro alla gola.
Lui è sempre uguale, pieno di un'energia che noi suoi coetanei ci siamo scordati da un bel pezzo.
E così ancora una volta ha fatto uno spettacolo veramente entusiasmante: il pubblico era esaltato, nonostante la scomodità dei seggiolini.
Rod ha l'intelligenza di circondarsi di una band superlativa. Evidentemente non teme di passare in secondo piano, conosce il proprio valore e il proprio carisma, quindi ha scelto dei musicisti di ottimo livello. Sei uomini: chitarristi, batteristi, tastierista e sassofonista e sei ragazze che non si limitano a ballare o a fare il coro, ma suonano anche arpa e violini. Tutta gente non giovanissima e quindi con una tale esperienza, che permette di tenere la scena, dando a lui la possibilità di tirare il fiato, ogni tanto, e di cambiare look. Un look sempre eccentrico, come un vestito dorato, tipo incarto di cioccolatino, o giacche zebrate e scarpe glittering, ma mai volgare o pacchiano. Tutto è spettacolo per esaltare una voce a cui si unisce spesso quella del pubblico, che conosce le canzoni e ama cantarle insieme a lui. Perfino i palloni da lanciare ai tifosi, che condividono la sua passione per il calcio, se non per la sua squadra del cuore, diventano un comune denominatore fra il cantante e chi lo ascolta.
E' stata una gran bella serata, ci siamo goduti a fondo i biglietti che ci hanno regalato per Natale. Speriamo che Rod Stewart torni presto in Italia, perchè se continua così, possiamo dire che invecchiando migliora!



















sabato 25 marzo 2017

La febbre del sabato sera


Come ho già raccontato qui http://ilclandimariapia.blogspot.it/2014/02/il-tempo-passa.html, John Travolta è uno degli attori che io e Mianna preferiamo e, anche se lo amiamo maggiormente adesso che è "in età", non possiamo fare a meno di ricordarlo con affetto nel film che ne ha fatto un divo: la febbre del sabato sera.
Decisamente poco raffinato,anzi, per niente,  ma bellissimo, sensuale e ballerino stupendo.






Da wikipedia:

La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever) è un film musicale del 1977 diretto dal regista John Badham, che lanciò l'attore John Travolta.

Si tratta di uno dei film più celebri nella storia del cinema. La pellicola, grazie alla quale Travolta ottenne la sua definitiva consacrazione, viene concepita come un vero e proprio omaggio alla disco music e al glam dominante negli anni settanta. Le musiche vengono arricchite dai successi musicali in voga all'epoca, tra cui spiccano le canzoni originali dei Bee Gees (soprattutto il brano Stayin' alive), che con la pellicola ritrovano una nuova stagione di gloria.






La trama tratta comunque tematiche serie, ed affronta problemi giovanili tuttora attuali, come l'emigrazione, l'uso di stupefacenti nelle discoteche, il razzismo- che non risparmia i protagonisti italo-americani, marchiati con gli annosi luoghi comuni di accidia e sciatteria - e la violenza tra bande.

Il film ebbe un successo straordinario. La colonna sonora della pellicola, composta per lo più dai celebri brani dei Bee Gees vendette oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, diventando una delle colonne sonore più vendute di tutti i tempi.



E proprio la voglia di riascoltare quelle musiche, la nostalgia di quei ballerini fantastici,  ci ha portato in teatro, ieri sera, a vedere una commedia musicale che riprende la storia di Tony Manero e Co. Non era la versione famosa con Lorella Cuccarini, di cui ho sentito parlare molto bene, ma un'edizione con attori-cantanti-ballerini a noi sconosciuti. Probabilmente noti al resto del pubblico, più informato di noi.



Che delusione, ragazzi! La commedia, qui, era vista come una parodia: i ragazzi sembravano tutti una massa di deficienti e gli adulti, penosissimi, che parlavano solo in dialetto pugliese ad un volume da spaccatimpani. Mi ricordavano quelle commedie dialettali che vedevo all'oratorio, da ragazza, o, al massimo,i Legnanesi, versione sud, ma con tutto il rispetto per i Legnanesi, che sono artisti specializzati!
Ma perchè hanno voluto farne una cosa comica? L'idea del film non lo era affatto! Anzi, trattava temi importanti e purtroppo sempre attuali. Soprattutto la mancanza di ideali che affligge la gioventù, la difficoltà ad avere sogni, in un mondo troppo materialistico, ma anche la possibilità di riscatto e la ricerca di un significato per la propria vita.
Se non si voleva andare sul "serioso", bastava raccontare una storia di ragazzi e lasciar cantare e ballare gli interpreti, che erano anche piuttosto bravi. 
Di parodie ce n'era già una, vista nella tv degli anni 80 ( forse a Drive in) e fatta da Enrico Beruschi, un maestro della comicità, che era stato bravissimo a far ridere, rifacendo per la trasmissione parecchi film famosi, tra cui, appunto, Saturday night fever..
Per dirla tutta, io e Mianna, nell'intevallo ce la siamo filata e ci siamo perse la seconda parte dello spettacolo perchè l'idea di un'altra ora e mezza di stupidaggini simili ci pesava troppo.
Che peccato.....questa volta non ci è proprio andata bene!
E allora consoliamoci con questo video




domenica 12 giugno 2016

I Pooh

Esattamente 51 anni fa andavo trepidante a Milano per vedere il primo concerto della mia vita. Emozionantissimo!! Si trattava nientemeno che dei Beatles!






L'inesperienza ci aveva fatto commettere un grave errore a me e a mia sorella: avevamo comperato i biglietti più economici e quindi, una volta arrivate col pullman dei fan, ci siamo trovate in un posto in alto, lontanissimo dal palco, dove dovevamo farci venire il torcicollo per vedere qualcosa e di sedersi neanche parlarne! Ma pazienza: si sentiva... e si era immerse nella magia che i 4 di Liverpool creavano per noi ragazzine ( e non solo!).
Allora mai e poi mai avrei creduto che sarei tornata a Milano, da vecchia, per ascoltare il concerto di un gruppo che allora non era ancora nato, ma che qualche anno dopo sarebbe stato già famoso e che io  avrei disdegnato in quanto ritenevo le loro canzoni troppo "popolari" per i miei gusti raffinati ed esterofili! Quel complesso era quello dei Pooh.
E invece...Gabriele mi ha chiesto di andare con lui a questo concerto e, poichè con gli anni i miei gusti si sono allargati a quasi tutti i generi musicali, ci sono andata volentieri per ascoltare un lungo pezzo di colonna sonora della mia vita.
I Pooh, con l'aggiunta del fedifrago Riccardo Fogli,  davano questo concerto di addio alla carriera perchè per loro è arrivato il momento di mettersi a riposo. Sinceramente non so se ci riusciranno: i loro fan probabilmente non glielo permetteranno perchè li amano troppo e non possono immaginare le loro serate e le loro vacanze senza una loro canzone. Del resto anche questo concerto avrebbe dovuto essere l'ultimo, ma i Pooh hanno dovuto ripeterne le date almeno fino alla fine dell'anno.




Non sto a raccontare qui la storia dei Pooh come complesso, con i nomi dei vari componenti che si sono succeduti prima che la loro formazione si consolidasse in quella "storica", perchè è una storia che chi è interessato può trovare facilmente nel web.
Interessante, invece, sapere come nasce il nome del complesso che, originariamente, si chiamava The Jaguars ( anche se nei Jaguars allora  c'era un solo componente di quello che poi sarebbe diventato il gruppo).
Al momento di stipulare il primo contratto con la casa discografica Le Vedette, si scoprì che quel nome non si poteva utilizzare perchè era stato usato da un complesso romano che aveva già inciso un disco. 
Bisognava trovare una nuova denominazione. Aliki Andris,  una collaboratrice della casa discografica, propose la seconda metà del nome Winnie the Pooh ( Winnie lo smargiasso), il famoso orsetto, sicura che sarebbe stato di buon auspicio. La ragazza ha avuto ragione perchè la fortuna del gruppo è andata sempre in crescendo!



agli inizi, ancora con Riccardo Fogli







La serata è stata all'altezza delle aspettative, emozionante davvero. Ha perfino smesso di diluviare!!!
Non c'era un buco vuoto in tutto lo stadio, cinquantamila persone hanno cantato insieme a loro canzone dopo canzone.  I Pooh hanno cantato per tre ore di fila senza interrompersi un solo secondo fra un pezzo e l'altro, se non per dire qualcosa a noi del pubblico. I decibel a livelli altissimi, le luci rutilanti, i giochi di "fumi" e finte fiamme, una cascata di diamanti di carta...tutto ha contribuito a rendere l'atmosfera gioiosa, fraterna, magica.
Io, che davanti ad un pentagramma divento dislessica, mentre amerei moltissimo saper suonare qualche strumento, immagino cosa voglia dire per un cantante, stare su un palco, produrre la musica, cantare a gola spiegata e sentire cinquantamila voci seguire la mia: dev'essere esaltante! 
Credo che anche all'età dei nonni sia impossibile rinunciare a tutto questo, dev'essere come una droga.






sabato 19 dicembre 2015

George Harrison






Il più carismatico era John, il più bello Paul, il più simpatico Ringo, ma il mio preferito era il più timido: George. Perchè? Forse perchè il troppo impegno politico è lontano dalla mia natura, perchè i belli mi hanno sempre stufato e la simpatia non è sufficiente ad acchiapparmi? O forse solo perchè si chiamava George.... Chi lo sa? Sta di fatto che a me piaceva lui più degli altri tre.
 Della sua vita è inutile che scriva, in quanto ci sono libri e siti che parlano di lui. Riporto solo qualche nota da Wikipedia:




Durante gli anni trascorsi con i Beatles realizzò venticinque canzoni. Tutti gli album del gruppo da With the Beatles contenevano generalmente due o più brani di sua composizione; molto celebri sono i suoi brani composti negli ultimi anni del gruppo; While My Guitar Gently Weeps, Something e Here Comes the Sun. Dopo lo scioglimento del gruppo realizzò il suo primo album solista, contenente molti brani che non erano stati pubblicati negli ultimi album dei Beatles.





Cresciuto in una famiglia operaia (il padre era un autista di autobus), George era il più piccolo e timido di quattro figli. Molto presto la madre si accorse della sua passione per le chitarre, che disegnava sui quaderni scolastici, ed acconsentì, nel 1957, a comprargliene una di seconda mano al porto di Liverpool. Era una Gretsch modello "Duo Jet" da cui George non si sarebbe mai più separato e che, molti anni dopo, avrebbe mostrato orgogliosamente sulla copertina dell'album Cloud nine del 1987.




All'interno dei Beatles Harrison ricoprì un ruolo non certamente marginale, infatti fu il chitarrista solista del gruppo e anche cantante. Per i primi anni le sue prove compositive non furono frequenti, tuttavia la sua voglia di smuovere i ritmi poveri dello skiffle e di dare alla chitarra un ruolo più predominante nei fraseggi del rock furono fondamentali per l'evoluzione musicale del complesso.

A partire dal 1965 Harrison iniziò a cercare una propria identità musicale al di fuori del contesto dei Beatles. Conobbe il maestro indiano Ravi Shankar, con il quale iniziò a studiare ed a suonare il sitar. Il suo interesse per l'Oriente lo portò quindi ad abbracciare, più dei compagni, musica e religione indiana. Successivamente, tracce evidenti di questo suo interesse sarebbero affiorate in molte canzoni, sia con i Beatles sia come solista.
 Harrison fu tra i primi ad innestare strumenti orientali nel rock e durante la permanenza con i Fab Four inserì sitar e/o altri strumenti asiatici in varie canzoni. 




Assieme a Ravi Shankar organizzò, nell'agosto 1971, il celebre The Concert for Bangladesh, primo concerto benefico nella storia della musica, in cui parteciparono anche Starr, Clapton, Shankar e Bob Dylan; in tale occasione si stava per realizzare una reunion dei Fab Four, ma John e Paul declinarono l'invito.


George Harrison è morto di cancro all'età di 58 anni il 29 novembre 2001 a Los Angeles nella villa di Ringo Starr, a Beverly Hills. Il suo corpo è stato cremato, come da lui richiesto nelle sue ultime volontà, e le sue ceneri, raccolte in una scatola di cartone, sono state sparse nel sacro fiume indiano, il Gange, secondo la tradizione induista.




Ecco qui di seguito un paio di affermazioni di George che da sole ne esplicano il pensiero e l'animo.

Parlando dei Beatles e dell'essere umano:
« Nell'insieme non avrebbe proprio importanza se non avessimo mai fatto dischi o cantato una canzone. Non è importante quello. Quando muori avrai bisogno di una guida spirituale e di una conoscenza interiore che vada oltre i confini del mondo fisico. Con queste premesse direi che non ha molta importanza se sei il re di un paese, il sultano del Brunei o uno dei favolosi Beatles; conta quello che hai dentro. Alcune delle migliori canzoni che conosco sono quelle che non ho scritto ancora, e non ha neppure importanza se non le scriverò mai perché sono un niente se paragonate al grande quadro. »

« Per tutti quegli anni c'è stato fra noi un legame molto stretto. I Beatles non potranno mai dividersi davvero perché, come abbiamo detto al momento della separazione, non c'è davvero nessuna differenza. La musica c'è, i film sono ancora lì. Qualsiasi cosa che abbiamo fatto c'è ancora e ci sarà per sempre. Quel che c'è, c'è, non era poi così importante. È un po' come Enrico VIII, o Hitler, o uno di quei personaggi storici sui quali si fanno sempre vedere dei documentari: il loro nome resterà scritto per sempre e senza dubbio lo sarà anche quello dei Beatles. Ma la mia vita non è cominciata con i Beatles e non è finita con loro »

Le sue due canzoni che io amo maggiormente sono My sweet Lord




e Something, scritta per la prima moglie, Patty Boyd





giovedì 17 dicembre 2015

Una nuova tendenza e Phyllis Harris


Ultimamente, ciondolando in libreria, ho scoperto un nuovo genere di libri che non avevo mai notato nel passato: libri da colorare per adulti.
Pare che questo sia l'ultimissimo grido in fatto di antistress.












Se fossi io, a dover colorare questi disegni, sono sicura che sarei preda di fortissimo stress, altro che rilassarmi!!! Che complicazione! Che confusione! No, no, queste illustrazioni non sono pane per i miei denti!
Ho trovato, invece, una giovane illustratrice che produce lavori esattamente di mio gusto:  disegni per adulti-bambini, accompagnati spesso da piccoli aforismi e sono raccolti in libri venduti come rilassamento, antistress e terapia. Libri da colorare per divertirsi, senza pensare alla perfezione, ma solo per tornare in quel magico mondo infantile dove si fa qualcosa per la sola gioia di farla.

Phyllis Harris disegna, oltre che libri da colorare, testi scolastici, posters e quadretti per addobbare camere da bambini, gioielli e quant'altro. Digitando il suo nome, troverete in rete il suo sito, il blog, la pagina fb e tutto quello che c'è da vedere. Nel frattempo ecco alcuni suoi lavori e, dato che siamo vicini al Natale, un suo video sull'argomento.