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lunedì 16 dicembre 2019

White Christmas


In questi giorni di feste natalizie desidero parlare di questa canzone, tipica di quest'epoca dell'anno,  che è importante per il mondo della musica, del cinema e di chi ha vissuto, come me, nella seconda metà del secolo scorso. Questa, infatti, è la "nostra" canzone di Natale,  che ha fatto anche  da "interprete" in uno dei film che personalmente ho amato più, non solo da ragazza, ma anche adesso, che sono solo una ex ragazza. Un film ricco di poesia, di allegria, di buoni sentimenti. Un film che ti fa venire voglia di serenità, di affetti, di vita semplice.

Da:  https://tg24.sky.it/spettacolo/2017/11/04/white-christmas-curiosita.html un articolo di due anni fa:  Dieci cose che non sapete su White Christmas

Settantacinque anni fa veniva inciso e raggiungeva il primo posto nelle classifiche musicali mondiali una delle canzoni di Natale più famose di sempre, che ha venduto oltre 50 milioni di copie in tutto il mondo
Dopo averla eseguita varie volte in radio, nel maggio 1942 Bing Crosby registrava quello che sarebbe diventato un vero e proprio inno natalizio, "White Christmas". A 75 anni dalla sua uscita la triste voce del cantante nato a Tacoma, Washington, continua a rappresentare uno dei classici assoluti delle festività natalizie.



L'autore

"White Christmas" è stata scritta da Irving Berlin, un immigrato russo di origini ebraiche di 54 anni. Il brano era stato pensato per il film "Holiday Inn". Berlin era già famoso negli studi Decca per aver inciso brani come "Alexander's Ragtime Band," "Blue Skies," "How Deep Is the Ocean?" e soprattutto "God Bless America". È morto nel 1989 a 101 anni, dopo aver scritto canzoni per oltre 70 anni.

L'interprete

Fu Berlin a insistere affinché fosse Bing Crosby, con la sua voce flautata, ad interpretare la canzone. Il cantante la incise con la John Scott Trotter Orchestra e i The Ken Darby Singers. Come riporta il Wall Street Journal, il testo rimandava alla nostalgia per le atmosfere passate del Natale, in cui si potessero respirare sentimenti romantici e potesse risuonare l'eco delle riunioni di famiglia, allora separate dalla Seconda Guerra Mondiale. Ecco perché la voce di Crosby suona solenne, quasi triste, in tutto il brano.

La tristezza nel brano

Secondo il Wall Street Journal, la tristezza del brano era dovuta anche al ricordo della morte del figlio di Berlin, Irving Jr., a causa di un problema cardiaco. Il decesso avvenne durante la vigilia di Natale del 1928.

"Non avremo problemi"

Bing Crosby non espresse particolare entusiasmo per il brano. Come riporta Time disse: "Non credo che avremo nessun problema con questa [canzone], Irving". Ancora non sapeva che avrebbe definito la sua intera carriera.



L'origine

Dove sia nata "White Christmas" resta un mistero. Nel corso degli anni Berlin ha raccontato numerose versioni dell'accaduto. Di solito componeva tra New York e la sua casa di Los Angeles, spesso mettendo in cassaforte le idee per tirarle fuori al momento opportuno. Come raccontato in un pezzo del Publishers Weekly, la mattina dopo aver scritto la canzone, Berlin corse al suo ufficio e disse alla sua segretaria: "Prendi la penna, prendi appunti su questa canzone. Ho appena scritto la mia migliore canzone; diavolo, ho appena scritto la migliore canzone che chiunque abbia mai scritto!".


Il record

Alla sua prima uscita, il brano non ebbe riscontri entusiastici di vendite. Ma a ottobre 1942 "White Christmas" balza in testa alla classifica Billboard dei singoli e ci resta per 11 settimane. Secondo il Guinness World Record la versione di "White Christmas" di Bing Crosby ha venduto almeno 50 milioni di copie in tutto il mondo dal 1942, diventando il singolo più venduto di tutti i tempi.



Pearl Harbor

"Holiday Inn" portò la canzone sul grande schermo, grazie a Bing Crosby e Fred Astaire: durante la produzione del film i giapponesi bombardarono Pearl Harbor. Come riporta il Wall Street Journal, in un'intervista Berlin disse: "Le canzoni fanno la storia, e la storia fa le canzoni". Come riporta Kuow, durante i giorni successivi all'attacco, l'esercito trasmesse in radio "White Christmas" numerose volte, per ricordare ai soldati le atmosfere di casa.
283 versioni
Secondo un'infografica creata da Time, dal 1978 (anno dell'inizio dell'indagine permessa dai dati a disposizione) "White Christmas" è stata incisa 283 volte. Tra le versioni più famose ci sono quelle di Frank Sinatra, Michael Bublé, Elvis Presley, New Kids on the Block, Kenny G, Destiny's Child, Taylor Swift e Lady Gaga. Tra gli italiani, Andrea Bocelli, Marco Mengoni e Laura Pausini.



La “parodia profana” di Elvis Presley

Secondo All Music tra le versioni di "White Christmas" quella eseguita da Elvis Presley non piacque a Berlin. La definì una "parodia profana" e ammise di aver chiesto ai suoi assistenti di chiamare le radio, chiedendo di non passare il pezzo.


Riconoscimenti

Nel 1942 "White Christmas" ha vinto un premio Oscar come Miglior Canzone. Nel 1974 il brano di Berlin ha ricevuto il Grammy Hall of Fame Award, un premio Grammy istituito solo un anno prima per onorare le registrazioni che sono state pubblicate da almeno 25 anni e che hanno "un significato storico o qualitativo".

ascoltatela qui:



https://youtu.be/w9QLn7gM-hY


mercoledì 23 ottobre 2019

Poesia in musica

Non parliamo di "Poesia" e di "Musica", quelle con la maiuscola,  parliamo di canzonette. Eh sì, ma nonostante ciò che cantava un tempo Bennato, NON  sono solo canzonette! Non sempre. A volte sono un po' di più.
Personalmente trovo che a volte nelle canzoni, al di là delle rime scontate, si trovino alcuni versi realmente poetici; immagini leggere che sono rese con poche parole per esprimere sentimenti profondi e situazioni universali.
L'ho notato più spesso da quando si parla così di frequente del linguaggio povero e volutamente volgare di certi "cantanti" RAP che spopolano nelle radio e da quando mi sono messa a riascoltare la mia colonna sonora, quella di quando ero giovane. Gli autori dei nostri anni, ma anche quelli più vicini come epoca per la verità, si sono espressi spesso in maniera che trovo delicata ma incisiva. Poetica.
Non parlo dei testi di Mogol per Battisti o di quelli di Vecchioni o di De Gregori e di altri grandissimi autori che al momento mi sfuggono ( colpa dell'età), perchè dovrei scrivere libri interi per raccoglierli, ma ci sono canzoni che hanno avuto successo o che a volte non hanno raggiunto i vertici delle classifiche, pur essendo cantate da grandi cantanti e che io trovo bellissime.






Oggi che giorno è di Eros Ramazzotti

Oggi che giorno è
Che cosa senti signorina Giulia
Ora che un coro canta
Mentre soffi sopra i tuoi quaranta
Oggi che giorno è
Non lo nascondi più
Oggi che tempo fa
E nei tuoi occhi che cosa vola
Conti quanti amici hai
Ma forse tu ti senti ancor più sola
Oggi che la tua età
Prende velocità
Dove vanno le giornate
Quelle buone, quelle nere
Quelle già rimarginate
Come stanno le tue sere
Dov'è andata poi
Quell'incanto di un momento
Che non scordi più
Perché un altro non c'è stato mai
E aspetti sempre una domenica
Come te l'eri immaginata tu
Una domenica bellissima
In ogni senso in fondo all'anima, ma
Oggi che festa è
Se tutti i giorni sono uguali
Cosa ti aspetti mai
Aprendo emozionata i tuoi regali
Forse l'ingenuità di una ragazza fa
Dove vanno le giornate
se per caso te lo chiedi
tutte quelle già passate
sembra sempre l'altro ieri
dov'è andata poi
quella storia così bella
l'unica per te
solo che a lieto fine non è
e aspetti sempre una domenica
perché l'amore per andarsene
lo sai che il cuore non dimentica
una domenica bellissima
e aspetti sempre sia la prossima...ma...
oggi che giorno è..






Domani è un altro giorno di Giorgio Calabrese

È uno di quei giorni che
Ti prende la malinconia
Che fino a sera non ti lascia più.
La mia fede è troppo scossa ormai
Ma prego e penso fra di me
Proviamo anche con dio, non si sa mai.
E non c'è niente di più triste
In giornate come queste
Che ricordare la felicità
Sapendo già che è inutile
Ripetere: chissà?
Domani è un altro giorno, si vedrà.
È uno di quei giorni in cui
Rivedo tutta la mia vita,
Bilancio che non ho quadrato mai.
Posso dire d'ogni cosa
Che ho fatto a modo mio
Ma con che risultati non saprei.
E non mi son servite a niente
Esperienze e delusioni
E se ho promesso, non lo faccio più.
Ho sempre detto in ultimo
Ho perso ancora ma
Domani è un altro giorno, si vedrà.
È uno di quei giorni che
Tu non hai conosciuto mai
Beato te, si beato te.
Io di tutta un'esistenza
Spesa a dare, dare, dare
Non ho salvato niente, neanche te.
Ma nonostante tutto
Io non rinuncio a credere
Che tu potresti ritornare qui.

E come tanto tempo fa
Ripeto: chi lo sa?
Domani è un altro giorno, si vedrà.
E oggi non m'importa
Della stagione morta
Per cui rimpianti adesso non ho più.
E come tanto tempo fa
Ripeto: chi lo sa?
Domani è un altro giorno, si vedrà.
Domani è un altro giorno, si vedrà.







Lugano addio di Ivan Graziani

Po, po, po… Le scarpe da tennis bianche e blu, seni pesanti e labbra rosse e la giacca a vento.
Oh! Marta io ti ricordo così il tuo sorriso e i tuoi capelli, fermi come il lago.
“Lugano addio” cantavi, mentre la mano mi tenevi “Canta con me” tu mi dicevi ed io cantavo di un posto che non avevo visto mai.
Tu, tu mi parlavi di frontiere di finanzieri e contrabbando mi scaldavo ai tuoi racconti
“E mio padre sì” tu mi dicevi “quassù in montagna ha combattuto” Poi del mio mi domandavi.
Ed io pensavo a casa mio padre fermo sulla spiaggia, le reti al sole i pescherecci in alto mare, conchiglie e stelle le bestemmie e il suo dolore.
Oh, Marta io ti ricordo così il tuo sorriso e tuoi capelli, fermi come il lago. Po, po, po…
“Lugano addio cantavi” mentre la mano mi tenevi “addio” cantavi e non per falsa ingenuità tu ci credevi e adesso anch’io che sono qua. Oh, Marta mia addio, ti ricordo così il tuo sorriso e tuoi capelli, fermi come il lago. Po, po, po…





Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco

“Mi sono innamorato di te
Perché
Non avevo niente da fare
Il giorno
Volevo qualcuno da incontrare
La notte
Volevo qualcosa da sognare
Mi sono innamorato di te
Perché
Non potevo più stare solo
Il giorno
Volevo parlare dei miei sogni
La notte
Parlare d’amore
Ed ora
Che avrei mille cose da fare
Io sento i miei sogni svanire
Ma non so più pensare
A nient’altro che a te
Mi sono innamorato di te
E adesso
Non so neppur’io cosa fare
Il giorno
Mi pento d’averti incontrata
La notte
Ti vengo a cercare“




Sognami di Biagio Antonacci


Che questa mia canzone arrivi a te
Ti porterà dove niente e nessuno l'ascolterà
La canterò con poca voce sussurrandotela
E arriverà prima che tu ti addormenterai...
E se mi sognerai
Dal cielo cadrò
E se domanderai...
Da qui risponderò...
E se tristezza e vuoto avrai
Da qui cancellerò
Sognami se nevica
Sognami sono nuvola
Sono vento e nostalgia
Sono dove vai...
E se mi sognerai
Quel viso riavrò...
Mai più, mai più quel piangere per me
Sorridi e riavrò...
Sognami se nevica
Sognami sono nuvola
Sono il tempo che consola
Sono dove vai...





L'isola che non c'è di Edoardo Bennato

Seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino
poi la strada la trovi da te
porta all'isola che non c'è.
Forse questo ti sembrerà strano
ma la ragione
ti ha un po' preso la mano
ed ora sei quasi convinto che
non può esistere un'isola che non c'è
E a pensarci, che pazzia
è una favola, è solo fantasia
e chi è saggio, chi è maturo lo sa
non può esistere nella realtà!...
Son d'accordo con voi
non esiste una terra
dove non ci son santi né eroi
e se non ci son ladri
se non c'è mai la guerra
forse è proprio l'isola
che non c'è. che non c'è
E non è un'invenzione
e neanche un gioco di parole
se ci credi ti basta perché
poi la strada la trovi da te
Son d'accordo con voi
niente ladri e gendarmi
ma che razza di isola è?
Niente odio e violenza
né soldati…



giovedì 17 maggio 2018

David Garrett

Mi piacciono gli innovatori, specialmente in campo musicale: ho amato gli urlatori, come Mina e Tony Dallara, ho poi adorato  Lucio Battisti e i Beatles, cioè quelli che hanno messo un po' di pepe in un mondo ormai seduto sulla tradizione. 
Oggi voglio raccontarvi di un giovane che sta innovando ora il panorama musicale, riuscendo a sposare due mondi di solito paralleli, che difficilmente si apprezzano a vicenda: la musica classica e il rock. Si tratta di David Garrett, giovane fascinoso su cui il gossip si scatena volentieri, ma i pettegolezzi a me non interessanola sua vita privata è affar suo; io ascolto la sua musica.





David Garrett, pseudonimo di David Christian Bongartz (classe 1980), è un violinista e compositore tedesco naturalizzato statunitense, suona un violino Stradivari e un Guadagnini.

Si è fatto conoscere dalla critica per il suo repertorio di musica rock adattato all'orchestra e, in particolare, al violino, che tende nelle sue cover a sostituire le chitarre di artisti quali Brian May, Angus Young, Slash, Kirk Hammett, Jimmy Page o Kurt Cobain, ma anche le voci, come quelle di Axel Rose o Michael Jackson. In modo analogo, accompagnato da chitarre e batterie, ha portato celeberrimi brani classici a tonalità più rock.
Il padre è un avvocato tedesco mentre la madre, Dove Garrett, è una ballerina americana. Proprio dalla madre ha preso il cognome utilizzato come nome d'arte, scelto dai suoi genitori perché «più pronunciabile».

All'età di nove anni ha fatto il suo debutto al festival "Kissinger Sommer". A 11 anni collabora con la Filarmonica di Amburgo, mentre nel 1994, a quindici anni, stipula un accordo con la Deutsche Grammophon  per l'incisione di diverse opere come solista. Nel 2004 si diploma alla scuola di arte Juillard di New York.


Nel 2008 è entrato nel Guinness dei primatiper aver eseguito il volo del calabrone in un minuto e sei secondi.





Con l'album Rock Symphonies del 2010 si fa conoscere alla platea internazionale; nel disco Garrett unisce il genere classico con il rock, fondendo brani di autori quali Vivaldi e Beethoven con altri come  U2, Nirvana, Metallica e Aerosmith.






Riguardo al suo strumento musicale, a undici anni ha ricevuto il suo primo violino Stradivari. David Garrett possiede anche un violino Guadagnini  del 1772; nel 2007, dopo un'esibizione presso il Barbican Centre di Londra vi cadde sopra danneggiandolo gravemente, ma poté riutilizzarlo nuovamente poco tempo dopo.


Nel 2013 debutta come attore cinematografico nel film Il violinista del diavolo,  dove è protagonista nel ruolo di Niccolò Paganini. Il 25 ottobre dello stesso anno pubblicherà il suo capolavoro intitolato Garrett vs. Paganini, che si può considerare un omaggio al compositore genovese.








La sua rivoluzione musicale non è isolata: «Non penso più che il mondo classico sia chiuso. Le cose stanno cambiando velocemente. Ci sono tanti giovani musicisti classici bravissimi che ora hanno voglia di fare qualcosa che appartenga al 21° secolo. D’altra parte la musica è un unico linguaggio e il pensiero più sbagliato è ritenere che la classica sia separata dal resto».











sabato 24 giugno 2017

Rock and roll

Genere musicale e ballo di origine nordamericana, affine al boogie-woogie, caratterizzato dalla forza delle sonorità e dall'accentuazione ritmica; diffusosi intorno al 1955 in America, ove segnò una rottura col genere melodico in voga sino ad allora, è diventato in seguito popolarissimo in tutto il mondo.

Rock e rock and roll sono spesso usati come sinonimi. Rock significa letteralmente dondolare, oscillare; roll, rotolare. Rocking era un termine utilizzato dai cantanti gospel nel Sud degli Stati Uniti, per indicare qualcosa di simile all’estasi mistica. Ma il musicista blues Roy Brown nel ’47 lo usò nella sua canzone Good rocking tonight



 con un significato ben diverso: la parola rock era apparentemente riferita al ballo ma celava in realtà un’allusione al sesso. L’espressione rock and roll viene attribuita al dj bianco di Cleveland Alan Freed, 



che nel 1951 iniziò una trasmissione radiofonica dal titolo “Moondog Rock ’n’ Roll party” per diffondere la musica nera tra i ragazzi bianchi. 


Il rock non è nato dal nulla; anzi, si può dire che tra gli ingredienti del rock and roll che fa la sua prepotente apparizione sulla scena musicale americana alla metà degli anni cinquanta non vi sia, in fondo, niente di veramente nuovo. Ciò che è straordinariamente nuovo, e anzi rivoluzionario, è il modo con cui elementi e stili esistenti sono stati combinati per creare una forma musicale nuova. Il racconto della nascita del rock è un buon esempio di come, nella musica popolare, i semi possano dare frutti insperati, esiti completamente imprevisti. Dunque, nel 1954, l’anno cui si fa in genere risalire la nascita del nuovo stile, già da qualche anno la sigla “rock and roll” era in circolazione: un dj di Cleveland, Alan Freed, l’aveva lanciata all’interno di un programma in cui trasmetteva dischi di rhythm and blues per un pubblico bianco.
Ora, il rhythm and blues era un genere riservato ai neri; chiamarlo rock and roll era un modo per popolarizzarlo presso il pubblico bianco e, insieme, per neutralizzarlo. Artisti bianchi, infatti, cominciarono a produrre "cover" dei successi  di rhythm and blues che se ne tradivano lo spirito più autenticamente ribelle cominciavano ad abbattere i confini tra due tipi di pubblico che si servivano di prodotti diversi, come diverso era il colore della loro pelle.  Ed eccoci al 1954, al momento in cui entra in sala d'incisione Bill Haley, 




un artista che proveniva dal mondo del country, la musica bianca delle campagne statunitensi, ma che era attratto dalla forza espressiva degli artisti afroamericani. Haley registra Rock Around the Clock: è anche questa una cover, ma, caso raro, una cover nettamente superiore all'originale, inciso pochi mesi prima da uno sconosciuto gruppo rhythm and blues, Sonny Dae and the Knights. 
I più grandi interpreti del rock and roll sono stati:


Buddy Holly

Elvis Presley

Chuck Berry










 Mentre andava sviluppandosi il genere musicale rock iniziarono quasi contemporaneamente a essere create delle danze che potessero essere accompagnate da tale tipologia di musica.  Attorno al 1940  fece la sua comparsa lo stile che oggi noi chiamiamo boogie-woogie. Quando, attorno al 1955, la musica rock and roll riuscì a diventare famosa più di ogni altra sua concorrente, il boogie si trasformò definitivamente e per l'ultima volta in una danza più movimentata e competitiva, l'attuale Rock'n'Roll acrobatico.




Il più scatenato ballo di coppia, il Rock and Roll, affonda le sue radici nel jazz e nello swing. Esprime il desiderio di premere sull’acceleratore con un ritmo sempre più frenetico, esploso negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Prima non erano mai esistiti passi così veloci! Il ruolo del Rock & Roll nella storia del ballo, della musica e del costume è insostituibile.



giovedì 5 gennaio 2017

Il Paese dei campanelli




Da qualche anno a questa parte, con la complicità di Dindi e Giorgio, per evitare l' abbioccamento  che immancabilmente mi prende nell'attesa del brindisi di mezzanotte, preferisco festeggiare l'arrivo del nuovo anno con comodo, il primo giorno di gennaio, nel pomeriggio, a teatro, con l'operetta.

Per chi fosse così giovane da non conoscere nemmeno per nome l'operetta, spiegherò che si tratta di un genere teatrale e musicale nato nella seconda metà dell'Ottocento e divenuto famoso prima in Francia e poi in Austria.
A differenza del melodramma tradizionale, più noto come opera, l'operetta alterna brani musicali a parti dialogate, ma la sua peculiarità non consiste solo in questa alternanza di musica e parole, e nemmeno nelle trame quasi impalpabili, o nelle scenografie sfarzose. In realtà ciò che il pubblico apprezza è la vivacità musicale, l'allegra coreografia dei balletti, l'effervescenza delle battute spesso improvvisate.
Insomma una specie di musical dei nostri nonni e bisnonni, che rappresentava il gusto della borghesia francese e austriaca fin de siècle, che amava le storie sentimentali, condite con un po' di pepe, ambientate nella buona società del tempo.
Giusto per fare qualche nome, in Francia si distinsero come autori Offenbach e Hervé, in Austria Strauss e Lehar.

L'operetta italiana, sulla scia di quella austriaca, prese piede nella prima parte del Novecento, soppiantata poi,  da altri spettacoli musicali, come la rivista.
Chiusa la premessa e tornando al nostro pomeriggio a teatro per il Capodanno 2017, la dimostrazione che l'operetta è spettacolo ormai desueto viene inequivocabilmente fornita dall'età media del pubblico  nei palchi e in platea, nonostante qualcuno si sia adoperato per abbassarne il livello, trascinando con sé alcuni ( ben pochi...) bambini recalcitranti con la promessa di chissà quale ricompensa.


 
Eppure , quando le luci si abbassano e il sipario si apre, scatta la magia del teatro, un mix di attesa e sorpresa, un'atmosfera che non  ci sarà mai nemmeno nella più sofisticata multisala cinematografica.
 
Subito il pubblico si sente coinvolto nella vicenda, anche perché il capocomico, che sa far bene il suo mestiere, si rivolge alla platea con riferimenti precisi, come se la rappresentazione fosse messa in scena in esclusiva per i presenti.
 
"Il Paese dei Campanelli" è un'operetta scritta da Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato. Andata in scena nel novembre del 1923 al Teatro Lirico di Milano, ebbe subito successo per la leggerezza del testo, la melodiosità e orecchiabilità dei brani musicali.
 
La vicenda si svolge in un immaginario paese olandese, dove i pescatori vivono con le loro mogli in colorate casette ciascuna dotata di un piccolo campanile destinato a squillare nel momento in cui i vincoli coniugali di fedeltà venissero infranti.
Poiché una nave di aitanti marinai inglesi approda sull'isola, la pace del paese viene turbata e, tra malintesi, equivoci e nuovi e imprevisti arrivi, i campanelli sui tetti delle casette hanno spesso occasione di squillare. Tutto alla fine si ricompone e la vita sull'isola torna alla normalità ma con cuori più leggeri.
 
 
 
 
Vista a quasi cent'anni dalla nascita, questa operetta mostra tutta la sua semplicità e ingenuità, ma è un tuffo nel passato che fa bene al cuore. Alcuni brani come la Giavanese o Luna, tu, non sai dirmi perché mi riportano indietro, in un passato lontano, molto lontano, quando a canticchiarli era mia madre,  ancora giovane e allegra.
 
Due ore e mezzo di spettacolo volate via piacevolmente, e la musica e i colori che indugiano nella mente per diverse ore.
 

sabato 17 settembre 2016

Eight days a week

C'era da mettere in conto che in sala l'età media degli spettatori sarebbe stata intorno ai 70, un dato trascurabile visto che  l'intento per tutti era quello di ritornare a vivere le emozioni musicali di una stagione lontana sì, ma mai dimenticata, grazie anche al talento di quei quattro ragazzi inglesi che nella prima metà degli anni '60 hanno scritto la storia della musica.

Per questo non potevamo mancare il 15 settembre all'uscita del film-documentario diretto da Ron Howard "The Beatles - Eight Days a Week"




All'inizio della proiezione qualche perplessità l'abbiamo avuta...una buona ora dedicata alla cerimonia di presentazione ufficiale da Londra, con lunghe interviste in inglese a personaggi per lo più a noi sconosciuti o semplicemente irriconoscibili perchè il tempo è passato per tutti e non bastano dentiere smaglianti a riportarlo indietro....ci faceva temere che lo spettacolo fosse tutto lì.
In effetti qualche benevola risata ce la siamo fatta nel vedere certi personaggi della nostra età con pettinature o abiti del tutto inadeguati alla dura realtà.
Ron Howard non è più quello di Happy Days, of course, e nemmeno Paul McCartney ha più il faccino rotondo da bambolotto;
bisogna riconoscere invece che Ringo Starr, all'epoca forse il meno bello dei quattro, oggi ha un aspetto più gradevole.
Unico neo per entrambi: il colore dei capelli....Ringo non è mai stato COSI' nero e Paul ha un color cockerino del tutto improbabile. Non era meglio rimanere come natura vuole? 
Entrambi erano accompagnati dalle mogli, belle tutte e due: una decisamente giovane, l'altra molto ben conservata.
Delle due vedove: Olivia Harrison veramente bella ed elegante; una donna di classe, mentre Yoko Ono, accompagnata da un badante, sembrava impedita nell'eloquio dalla dentiera...e gli occhialini di un tempo, sulla punta del naso in bilico precario, potrebbero essere un vezzo da dimenticare. Ma tant'è!

 Torniamo al film, che racconta la storia della band dagli esordi al Cavern Club di Liverpool nel '62 all'ultimo concerto di S.Francisco del '66.




Attraverso filmati rari e inediti, accuratamente selezionati e restaurati, intercalati da interviste a personaggi particolarmente vicini alla band in quel periodo, Ron Howard ha saputo rappresentare in maniera molto efficace la rapida e straordinaria popolarità conquistata a livello mondiale dai Beatles in un'epoca in cui la comunicazione non aveva gli strumenti di diffusione di cui dispone oggi.
Gli stessi protagonisti sembrano i primi ad esserne stupiti e divertiti quando la misurano nelle tournée all'estero dove vengono accolti da migliaia di fans in completo delirio.
Alla lunga però, alla sorpresa e al divertimento, l'eccesso di popolarità diventa stressante, soprattutto perchè li tiene lontani dal luogo che continuano ad amare di più, lo studio dove nascono le loro canzoni.





Il film, o il documentario se preferite, mette in evidenza il forte legame che c'era all'epoca tra i quattro ragazzi,  il talento naturale che ciascuno di loro riusciva ad esprimere in armonia con gli altri, le decisioni che venivano prese di comune accordo e l'impatto che le stesse potevano avere anche a livello sociale: durante una tournée negli USA, quando i Beatles decisero che si sarebbero rifiutati di esibirsi negli stadi in cui si praticava l'apartheid, di fatto permisero a migliaia di giovani di colore di realizzare un sogno che sembrava destinato a restare tale per sempre.

Un altro aspetto che abbiamo apprezzato è quello di aver tralasciato ogni riferimento alle vicende della vita privata dei protagonisti o alle incomprensioni intervenute negli anni successivi.


Come chicca finale, al termine del film è stato proiettato, completamente restaurato, il famoso concerto del 1965 allo Shea Stadium di New York, compresa la fuga in macchina dallo stadio per sottrarsi al delirio dei fans.

Ci siamo divertite: abbiamo fatto un tuffo all'indietro di 50 anni e abbiamo rivissuto emozioni mai dimenticate.
Ci rendiamo conto, oggi, di essere state giovani nel momento migliore del secolo: dopo la guerra, riacquistata un po' di tranquillità economica, l'Europa aveva voglia di novità, era piena di entusiasmo ed era proiettata verso un futuro che DOVEVA essere migliore. Essere giovani, allora, ti faceva sentire protagonista  del miglioramento, ti faceva sentire importante e ti dava una grande carica. Il centro del mondo si spostava dagli adulti verso i ragazzi ed ogni ipocrisia doveva essere cancellata.
Le cose, poi, sono andate come tutti abbiamo visto, nel bene e nel male, negli eccessi e nelle sconfitte. Ma ciò non toglie che noi, allora, ci sentivamo "vivere" e la musica  ci accompagnava in ogni momento di quella vita. Soprattutto la musica dei Beatles!













lunedì 15 agosto 2016

Legata a un granello si sabbia



Da una pila di testi scolastici ormai desueti ecco spuntare questo libro stampato più di dieci anni fa, probabilmente comprato da mia sorella Nicoletta che ha sempre amato le canzoni. A prima vista lo scambio per un canzoniere, ve li ricordate?, quei libricini degli anni '50 dove venivano stampati i testi delle canzoni... invece no, nel libro si parla ovviamente di canzoni italiane ma soprattutto di come certe canzoni abbiano accompagnato la storia della nostra società nella seconda metà del secolo scorso. E ora che quel secolo non c'è più, e non c'è più nemmeno quel millennio !!!, mi fa venire la pelle d'oca pensare che io c'ero allora e continuo ad esserci oggi a ricordare quelle canzoni, magari con qualche "buco" nella memoria.

Enzo Gentile, l'autore del libro, milanese e giornalista professionista, è un musicofilo incallito. Ha scritto su diverse riviste, ha pubblicato monografie, insegna in diverse Università, organizza manifestazioni musicali di livello e , pensate un po', è stato il primo autore di "Smemoranda".

Mi piace il suo stile, leggere il libro è un po' come vedere i filmini muti che faceva mio padre con la sua Paillard, quando si andava in vacanza. Gentile si è interessato anche della grafica delle copertine dei dischi di cui il libro  contiene numerose immagini.
E poi racconta delle diverse manifestazioni canore nate in quegli anni : il Cantagiro, Un disco per l'estate, il Festivalbar.

E a proposito di canzoni "estive" scrive:

Ci sono canzoni che hanno fatto la storia dei nostri tempi, hanno segnato una colonna sonora nella fanciullezza, nella gioventù o nella età adulta di ognuno di noi. Alcune hanno avuto il 'solo', grande merito di delimitare un confine temporale, altre di illustrarlo o di raccontare certi profumi, certe suggestioni che non hanno mai smesso di accompagnarci. La capacità evocativa di una frase, la potenza di un ritornello, parole che sono passate alla storia, appartengono ad ogni buon conto al costume e sono state persino il motore, la fotografia della società, melodie che si avvinghiano a chi le ascolta per diventare una sorta di codice genetico intergenerazionale: tutto questo è racchiuso in quei motivetti, e sono tanti, che hanno saputo attraversare i tempi, fermandosi nella memoria collettiva e resistendo a dispetto dei mutamenti politici e delle rivoluzioni della tecnica, dei tanti muri che cadono, dei tanti muri che si alzano, dei rivolgimenti epocali che si susseguono.
Si tratta di schegge, di vampate di calore che toccano in ugual misura l'anima e l'epidermide: molte di queste canzoni, e compagne di viaggio, hanno una loro stagionalità, concentrate in estate, il periodo in cui hanno conosciuto il loro epicentro. Estate come rigenerazione e incontro, come abbandono e fuga, vacanza, movimento, luce: un modo di volere e intendere la musica, una collocazione ideale che ci rinvia agli anni del boom, a un paese che cambia con gaiezza, sorride ,gioca, si colora. E canta. 

Nell'ultima parte del libro, Gentile cita, in ordine alfabetico, un nutrito numero di canzoni italiane che hanno avuto notorietà dagli anni '60 fino alla soglia del 2000 e accompagna ciascuna con qualche annotazione sul cantante o autore che ne hanno determinato il successo, con eventuali dettagli di contorno.

Io ne ho scelte solo alcune, tutte degli anni '60 , la "mia" stagione, abbinandole alle copertine con cui le ha conosciute il grande pubblico.




Guarda che luna (1959) - Il più ragguardevole successo commerciale di Fred Buscaglione , pervenuto alle zone alte della classifica appena pochi mesi prima di morire in un incidente stradale : il cantante di bulli e pupe, whisky e pistole facili e di un'ironia in anticipo su tutto e su tutti, ha provato a ribaltare il tran tran della canzonetta, con un linguaggio, una vocalità, testi e musiche e arrangiamenti in intelligente controtendenza.



Marina (1959) - Come in una bella fiaba, l'avventura di Rocco Granata riconduce a vicende di emigrazione e al riscatto di una fama, di una gloria conquistate lontano dal paese natio.
Schioccante, veloce, di assimilazione istantanea, sfonderà in molti mercati, arrivando in Italia anche grazie alla versione di Marino Marini. 



Legata a un granello di sabbia (1961) - A conferma della scarsa lungimiranza e della debolezza costituzionale della scatola sanremese, questo fulminante hit di Nico Fidenco venne scartato dalle selezioni per il Festival del 1961: primo 45 giri a superare il milione di copie vendute, diviene uno dei più tipici pezzi del decennio.



Sapore di sale (1963) - Uno dei brani dell'estate per antonomasia, un grande affresco di vita vissuta e di tremiti dello spirito: è dipinto da Gino Paoli, ragazzo genovese baciato in quegli anni dalla musa dell'ispirazione più limpida. Arrangiata da Ennio Morricone, viene presentata al Cantagiro dove gli effetti sono immediati.


Stessa spiaggia, stesso mare (1963) - Una faccia da caratterista per film di serie B, Piero Focaccia piomba sul mercato nel momento giusto, quando ai lamenti e alle nequizie invernali del Festival di Sanremo bisogna rispondere per le rime. Con una canzonetta divertita , una collana di ovvietà compilate da Mogol e Soffici, che pare un jingle per la riviera romagnola, Piero, ex bagnino, ne diviene un autorevole testimonial.



Abbronzatissima (1963) - Una canzone che è una cartolina affrancata e inviata agli italiani di ogni età sotto l'ombrellone: Edoardo Vianello la recapita  con il suo classico stile lieve e ridente, con una sequenza di rime e di richiami invincibili, destinati a passare dai trionfi in classifica alla storia del costume.





Datemi un martello (1964) Rita Pavone ha appena diciotto anni e già si è capito di che pasta  è fatta . I suoi inizi sono strabilianti, con un successo dietro l'altro. Dopo " La partita di pallone" e "Come te non c'è nessuno" è la volta di un paio di cover illustri: "Cuore" (Heart) e "Datemi un martello" (If I had a hammer).





 Amore scusami (1964) - E' una carriera breve ma bruciante quella di John Foster, che dopo un paio d' anni di ottimi risultati scompare dalle scene per riconquistare il suo nome anagrafico, Paolo Occhipinti, poi giornalista alla guida di numerose testate popolari.






 Il mondo (1965) - Il fiore all'occhiello della carriera di Jimmy Fontana, che si avvicina alla musica dal versante jazz, per poi dedicarsi alla canzone. Il Mondo vince al Disco per l'estate e soprattutto riscuoterà attenzioni internazionali, con un centinaio di versioni e traduzioni a tutte le latitudini.




 C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones (1966) - Una ballata di aroma folk-beat che fin dalla prima esecuzione diventa sinonimo di pacifismo, di impegno sociale  e civile sul versante giovanile: la si deve a un fiuto sopraffino che ha il vantaggio di non essere solo un prurito, un fremito locale, ma di aprirsi anzi alle tematiche e ai confronti internazionali. Non a caso per lungo tempo l'adotterà anche Joan Baez, tanto da inserirla nella scaletta dei suoi recital, perfino al festival dll'isola di Wight.





Tema (1966) - Trovata ad effetto, nel segno dell'innovazione, che il gruppo milanese proverà a ribadire nel corso dell'intera carriera:
Tema è il primo grande successo dopo alcuni 45 giri promettenti che hanno indicato la qualità dei Giganti. Il quartetto trionfa al Disco per l'estate e vola in classifica con una canzone in cui ogni strofa è affidata a uno dei componenti. 





Riderà (1966) - Antonio Ciacci ( per la storia Little Tony) insieme ai fratelli Alberto ed Enrico, è tra i primi in Italia a battere la strada del rock'n'roll, un vero pioniere del genere dalla metà degli anni '50, quando è un adolescente a combustione rapida. Little Tony debutta a Sanremo con Celentano per la ruspante "Ventiquattromila baci". "Riderà" si piazzerà al secondo posto al Festivalbar.







Io ho in mente te (1966) - Appena superata la metà degli anni Sessanta in Italia si assiste al crescente affollamento di brani e successi di area americana e britannica, che vengono tradotti, adattati e restituiti a nuova vita dalle giovani formazioni emergenti di casa nostra. I più bravi sono senz'altro i modenesi dell'Equipe 84 di Maurizio Vandelli e Victor Sogliani. Con "Io ho in mente te", cover di You were on my mind di Barry McGuire, il gruppo spopola raggiungendo finalmente il meritato successo.




La banda (1967) - Con quella bocca può cantare ciò che vuole, Mina : è il rifacimento gioioso e contagioso di Chico Buarque de Hollanda, uno dei più geniali cantautori brasiliani. Lanciato attraverso il programma "Sabato sera" di cui Mina è l'impagabile padrona di casa, il brano riscuote favori unanimi, ribadendo la clase della cantante, artista superiore, alla prese con ogni materiale.




 Sognando la California (1966) - Stanno muovendo i primi passi i Dik Dik, e subito al secondo tentativo vanno dritti alla meta: sublimi mediatori tra gli hit in arrivo dagli Stati Uniti e il gusto ancora sempliciotto degli italiani, sapranno bene come cucinare i piatti per il pubblico di casa. Ecco allora l'adattamento della clamorosa "California Dreaming" dei Mamas and Papas.






Azzurro (1968) - Un grande classico della musica italiana di tutti i tempi, tra i pezzi più pregiati del guardaroba di Paolo Conte, ai tempi della sua attività d'autore per conto terzi. A valorizzarla da par suo ci pensa Adriano Celentano.




 Torpedo blu (1968) - Un tocco tra i più felici del Gaber che si sta avviando dal genere leggero e fresco, verso le sponde del teatro-canzone : gli cambierà la vita di artista nel decennio successivo.
Torpedo blu  è un 45 dal gusto amenamente retrò, grazie anche al contributo di Leo Chiosso che ricordiamo già partner nelle migliori composizioni di Fred Buscaglione, forse il massimo successo commerciale di Gaber, amatissimo in questa fase della carriera.



  
Acqua azzurra, acqua chiara (1969) - Lucio Battisti è già un grande, ma ancora non ha toccato i vertici della popolarità di massa: gli riuscirà con questa intuizione firmata insieme a Mogol.
"Acqua azzurra, acqua chiara" esce a giugno, ad anticipare l'estate, con quel refrain tonico e rinfrescante che si innesta su un testo in cui è prepotente il sentimento, l'eterno fronteggiarsi, l'inseguimento tra uomo e donna, immerso in un arrangiamento lussureggiante.



Ricordare tutti i successi di quegli anni è davvero impossibile, perciò mi fermo qui, ma se avete voglia di leggere questo libro da cui ho tratto i commenti che accompagnano le copertine, ciascuno potrà trovare le canzoni più care, quelle che restano scritte per sempre nella memoria e nel cuore.