venerdì 3 marzo 2017

Chateau de Jumilhac

 
 
 
 
Descritto nel XIX secolo da Gustave Doré come " il più romantico di Francia ", il castello di Jumilhac , di proprietà della famiglia fin dal XVI secolo incanta il visitatore della Dordogna per l'armonia dei volumi e la simmetria delle architetture.
 
 
 
 
 

I suoi tetti si slanciano verso l'alto in una armoniosa alternanza di coni e piramidi, con i pinnacoli dal significato allegorico che si stagliano contro il cielo.







A trasformare così la fortezza feudale eretta tra il XIV e il XV secolo, fu Antoine Chapelle, primo conte di Jumilhac (1579), alchimista e letterato, alla continua ricerca della Pietra Filosofale.














L' eleganza dell'edificio si rinnova nell'arredo degli interni:




















e come in ogni castello che si rispetti , anche qui non manca un'antica leggenda :




Quella di Louise de Jumilhac, sposa a 16 anni nel 1610 e vittima  di un marito molto molto geloso.



Il giovane di cui la  donna era innamorata già prima delle nozze, aveva la consuetudine, travestito da pastore, di portare le pecore al pascolo sotto le mura del castello e lei lasciava cadere il suo fuso (forse con un messaggio) , per cui è ricordata con il soprannome "la Fileuse" . Quando il marito si accorse della tresca, rinchiuse la moglie in una stanza del castello e lì la lasciò per molti, molti anni. Secondo alcune fonti però, alla morte del marito e alla fine della sua lunga prigionia, Louise riuscì comunque a coronare il suo sogno d'amore.
 
 
 
 
Già dal XVII secolo esisteva intorno al castello un giardino formale, con numerosi parterres. Purtroppo però nel corso del tempo e a causa di vicissitudini diverse, tra cui guerre e siccità, l'impianto originale era andato scomparendo.
 
Oggi però i giardini rivivono con lo splendore di un tempo anche se su una superficie più limitata.
 
 
 
 
 
 


















giovedì 2 marzo 2017

La red telephone box







Ho sentito dire in tv che uno dei simboli più identificativi di Londra è a rischio di estinzione. Le famose cabine telefoniche rosse, in tempo di smartphone, non servono quasi più a nessuno, diventano rifugio di senzatetto ed espositori gratuiti di biglietti da visita di locali e prostitute. Mantenerle pulite ed efficienti è molto costoso, per cui o si trova il modo di riciclarle, o verranno smantellate con  buona pace dei turisti e dei londinesi affezionati ai simboli della loro città.
 E' stato perfino indetto un concorso per trovare idee innovative e vedremo che cosa ne uscirà. Per ora, da qualche parte, la si usa come luogo per il book-crossing, come ho raccontato qui:   http://ilclandimariapia.blogspot.it/2016/03/da-il-libraio.html






La prima vera cabina telefonica rossa, fu introdotta nel 1920, chiamata K1 (Kiosk1), ma non era rossa e non piaceva tanto ai londinesi, così nel 1923 fu indetto un concorso ma nessuna proposta piacque.  La Royal Fine Arts Commission, organizzò allora un altro concorso riservato solo a tre architetti selezionati, tra cui Giles Gilbert Scott famoso per la Centrale elettrica di Battersea e per la Cattedrale di Liverpool.
L’architetto Scott propose di costruire la cabina telefonica (K2) in acciaio e di colore grigio-argento, ma il Post Office preferì la ghisa e il colore rosso, perché le cabine dovevano essere subito viste anche da lontano.
Con il passare degli anni la red box ha subito qualche variante migliorativa e siamo arrivati oggi alla K8, più leggera, un po' più bassa, con la porta in teak, ma sempre rossa e con la corona reale dorata disegnata sulla parte alta.
Credo che sapremo a breve cosa decideranno gli inglesi per questa loro icona apprezzata dai turisti di tutto il mondo. Io spero che trovino il modo di preservarla, perchè mentre le cabine telefoniche che avevamo qui in Italia erano anonime e prive di identità,per cui non si sentirà la loro mancanza, per quelle inglesi è un altro paio di maniche e non sarebbe giusto metterle nel dimenticatoio.

























mercoledì 1 marzo 2017

British pubs

Un pub, cioè una public house, è un luogo dove si vendono alcolici, specialmente birra, e dove è facile rilassarsi e socializzare. I pub sono tipici della cultura inglese, irlandese, australiana e della Nuova Zelanda. In molti posti, specialmente nei villaggi, sono il punto focale della comunità. 
Generalmente ogni pub ha la sua clientela abituale, che sceglie proprio quel locale per i più svariati motivi: vicinanza da casa o dal posto di lavoro, particolari attrazioni personali, come la presenza dei propri amici, disponibilità di un certo tipo di birra alla spina, presenza di zone non-fumatori o al contrario di un posto dove fumare liberamente, o magari la presenza della propria squadra di freccette o biliardo.
Generalmente ogni pub ha la sua insegna, che risale ai tempi antichi in cui dovevano essere individuati dagli ispettori governativi e dovevano essere riconosciuti dagli avventori, per lo più analfabeti.
I pub normalmente hanno finestre oscurate per impedire la visuale dei clienti all’interno. Da alcuni decenni però le finestre hanno vetri trasparenti in maniera che dall’esterno si possa vedere l’interno decorato.
In molti di questi locali oltre che bere, si può anche mangiare qualche stuzzichino o un piatto tradizionale. Se viene offerta anche la possibilità di passarvi la notte, il pub diventa un Inn.

Gli abitanti del Regno Unito bevono birra ad alta fermentazione fin  dall'età del bronzo, ma fu solo con l'arrivo dell'Impero romano e la creazione della rete stradale romana che iniziarono a nascere le prime taverne dove i viaggiatori potevano trovare ristoro. La nascita dei pub come li intendiamo oggi, va fatta risalire all'epoca in cui i romani lasciarono le isole britanniche; divennero così diffusi che nel 965 re Edgar emise un decreto per il quale non poteva essercene più di uno in ogni villaggio.