sabato 17 settembre 2016

Eight days a week

C'era da mettere in conto che in sala l'età media degli spettatori sarebbe stata intorno ai 70, un dato trascurabile visto che  l'intento per tutti era quello di ritornare a vivere le emozioni musicali di una stagione lontana sì, ma mai dimenticata, grazie anche al talento di quei quattro ragazzi inglesi che nella prima metà degli anni '60 hanno scritto la storia della musica.

Per questo non potevamo mancare il 15 settembre all'uscita del film-documentario diretto da Ron Howard "The Beatles - Eight Days a Week"




All'inizio della proiezione qualche perplessità l'abbiamo avuta...una buona ora dedicata alla cerimonia di presentazione ufficiale da Londra, con lunghe interviste in inglese a personaggi per lo più a noi sconosciuti o semplicemente irriconoscibili perchè il tempo è passato per tutti e non bastano dentiere smaglianti a riportarlo indietro....ci faceva temere che lo spettacolo fosse tutto lì.
In effetti qualche benevola risata ce la siamo fatta nel vedere certi personaggi della nostra età con pettinature o abiti del tutto inadeguati alla dura realtà.
Ron Howard non è più quello di Happy Days, of course, e nemmeno Paul McCartney ha più il faccino rotondo da bambolotto;
bisogna riconoscere invece che Ringo Starr, all'epoca forse il meno bello dei quattro, oggi ha un aspetto più gradevole.
Unico neo per entrambi: il colore dei capelli....Ringo non è mai stato COSI' nero e Paul ha un color cockerino del tutto improbabile. Non era meglio rimanere come natura vuole? 
Entrambi erano accompagnati dalle mogli, belle tutte e due: una decisamente giovane, l'altra molto ben conservata.
Delle due vedove: Olivia Harrison veramente bella ed elegante; una donna di classe, mentre Yoko Ono, accompagnata da un badante, sembrava impedita nell'eloquio dalla dentiera...e gli occhialini di un tempo, sulla punta del naso in bilico precario, potrebbero essere un vezzo da dimenticare. Ma tant'è!

 Torniamo al film, che racconta la storia della band dagli esordi al Cavern Club di Liverpool nel '62 all'ultimo concerto di S.Francisco del '66.




Attraverso filmati rari e inediti, accuratamente selezionati e restaurati, intercalati da interviste a personaggi particolarmente vicini alla band in quel periodo, Ron Howard ha saputo rappresentare in maniera molto efficace la rapida e straordinaria popolarità conquistata a livello mondiale dai Beatles in un'epoca in cui la comunicazione non aveva gli strumenti di diffusione di cui dispone oggi.
Gli stessi protagonisti sembrano i primi ad esserne stupiti e divertiti quando la misurano nelle tournée all'estero dove vengono accolti da migliaia di fans in completo delirio.
Alla lunga però, alla sorpresa e al divertimento, l'eccesso di popolarità diventa stressante, soprattutto perchè li tiene lontani dal luogo che continuano ad amare di più, lo studio dove nascono le loro canzoni.





Il film, o il documentario se preferite, mette in evidenza il forte legame che c'era all'epoca tra i quattro ragazzi,  il talento naturale che ciascuno di loro riusciva ad esprimere in armonia con gli altri, le decisioni che venivano prese di comune accordo e l'impatto che le stesse potevano avere anche a livello sociale: durante una tournée negli USA, quando i Beatles decisero che si sarebbero rifiutati di esibirsi negli stadi in cui si praticava l'apartheid, di fatto permisero a migliaia di giovani di colore di realizzare un sogno che sembrava destinato a restare tale per sempre.

Un altro aspetto che abbiamo apprezzato è quello di aver tralasciato ogni riferimento alle vicende della vita privata dei protagonisti o alle incomprensioni intervenute negli anni successivi.


Come chicca finale, al termine del film è stato proiettato, completamente restaurato, il famoso concerto del 1965 allo Shea Stadium di New York, compresa la fuga in macchina dallo stadio per sottrarsi al delirio dei fans.

Ci siamo divertite: abbiamo fatto un tuffo all'indietro di 50 anni e abbiamo rivissuto emozioni mai dimenticate.
Ci rendiamo conto, oggi, di essere state giovani nel momento migliore del secolo: dopo la guerra, riacquistata un po' di tranquillità economica, l'Europa aveva voglia di novità, era piena di entusiasmo ed era proiettata verso un futuro che DOVEVA essere migliore. Essere giovani, allora, ti faceva sentire protagonista  del miglioramento, ti faceva sentire importante e ti dava una grande carica. Il centro del mondo si spostava dagli adulti verso i ragazzi ed ogni ipocrisia doveva essere cancellata.
Le cose, poi, sono andate come tutti abbiamo visto, nel bene e nel male, negli eccessi e nelle sconfitte. Ma ciò non toglie che noi, allora, ci sentivamo "vivere" e la musica  ci accompagnava in ogni momento di quella vita. Soprattutto la musica dei Beatles!













3 commenti:

  1. Almeno un Pin l'ho fatto! Bellissimo,
    Daniela

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  2. Io ho 35 anni ma grazie al mio papà ho la passione per i Beatles come se fossimo ancora nei primi anni '60! Tra l'altro la cosa ci sta sfuggendo di mano e mio figlio, di 3 anni e mezzo, la sera mi chiede una favola sui fab 4, ascolta tutti i loro dischi e conosce a memoria i titoli meglio di me O____O e giuro di non averlo costretto :) è che gli ho fatto vedere dei video in cui fanno gli scemi o il film "Help" e lui si è divertito tanto! Per quanto riguarda il film anche io ho apprezzato il fatto che abbiano tralasciato le vicende private degli ultimi anni e i dissapori (ah, io sono assolutamente contro Yoko Ono...non ce la faccio proprio a sopportarla, dopo aver letto tipo un milione di libri e biografie su di loro firmate da loro amici, giornalisti ecc. ma già dalla faccia non l'ho mai sopportata). L'unico neo, secondo me, è che se sei proprio fan accanito che rasenta la "malattia", come mio padre ed io, non ci sono state grandi novità...avrebbero potuto svelare qualche cosa di curioso, di nuovo...ma forse in così tanti anni ormai si è detto tutto. Boh. So solo che ho anche pianto!
    Mi è piaciuta anche la riflessione sulla fortuna di essere nati in quegli anni: non so la vostra età, ma mio padre per esempio è del '51 e io dico sempre che avrei dato non so cosa per fare a cambio...per 100.000 motivi, che poi più o meno sono quelli che sono elencati in questo post. Mi chiedo, a volte, se sia ancora possibile vivere con quella mentalità (entusiasmo, proiezione verso un futuro migliore...almeno per quello che ho capito parlando con chi ha vissuto quel perioso) anche se il mondo è cambiato. Purtroppo credo di no, ma ogni tanto ci provo...

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    1. E' vero, come ho scritto era bello essere giovani allora, quando si respirava aria di rinnovamento e ci si credeva i padroni del futuro: Il mondo sarebbe stato migliore per merito nostro! Però i risultati li vedi tu oggi e quindi ti puoi immaginare le delusioni....Comunque sia, essere giovani può essere sempre bello, è questione degli obiettivi che ci si pone.
      Tanti auguri a te e al tuo simpatico bambino.
      PS Mianna classe 44, Dindì classe 49. Un odio profondo per Yoko, reputata la causa dello scioglimento del gruppo. Ma forse non è proprio così....Ciao

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