martedì 24 dicembre 2019

Il tempo delle fiabe

In ciascuno di noi c'è un bambino che aspetta di sentir raccontare una fiaba...





Hans Christian Andersen è il mio autore di fiabe preferito, perché anziché ispirarsi ai racconti popolari, crea le sue storie traendo spunto dalla sua stessa infanzia , tutt'altro che felice. La sua famiglia era infatti di umili origini, la madre lavandaia, il padre calzolaio, e così povera da dover chiedere l'elemosina per vivere.
E' per questo che nelle sue storie c'è sempre un velo di tristezza, ma è ancora per questo che ha saputo parlare al cuore non solo dei bambini.
Andersen ha saputo intraprendere  la strada del riscatto, raggiungendo con le sue doti e il suo lavoro i vertici della fama e dell'agiatezza, proprio come accade al suo brutto anatroccolo, perché " non importa che sia nato in un recinto d'anatre; l'importante è essere uscito da un uovo di cigno."

Domani è Natale e il mio dono, per chi ci legge, è una fiaba di Andersen che capita a fagiolo e che si intitola "L'abete".




In mezzo al bosco si trovava un grazioso alberello di abete che aveva per sé parecchio spazio, prendeva il sole, aveva aria a sufficienza, e tutt'intorno crescevano molti suoi compagni più grandi, sia abeti che pini, ma quel piccolo abete aveva una gran fretta di crescere. Non pensava affatto al caldo sole né all'aria fresca, né si preoccupava dei figli dei contadini che passavano di lì chiacchierando quando andavano a raccogliere fragole o lamponi. Spesso arrivavano con il cestino pieno zeppo di fragole oppure le tenevano intrecciate con fili di paglia, si sedevano vicino all'alberello ed esclamavano: " Oh com'è carino così piccolo!" ma all'albero dispiaceva molto sentirlo.
L'anno dopo il tronco gli si era allungato, e l'anno successivo era diventato ancora più lungo; guardandone la costituzione si può sempre capire quanti anni ha un abete.
"Oh! se solo fossi grosso come gli altri alberi!" sospirava l'alberello " potrei allargare per bene i miei rami e con la cima ammirare il vasto mondo! gli uccelli costruirebbero i loro nidi tra i miei rami e quando c'è vento potrei dondolarmi solennemente, come fanno tutti gli altri:"
E non si godeva affatto né il sole, né gli uccelli o le nuvole rosse che mattina e sera gli passavano sopra.
Quand'era inverno e la neve brillava bianchissima tutt'intorno, arrivava spesso una lepre e con un salto si posava proprio sopra l'alberello. "Che noia! Ma dopo due inverni l'albero era così grande che la lepre dovette limitarsi a girargli intorno. "Oh! crescere, crescere, diventare grosso e vecchio, è l'unica cosa bella di questo mondo" pensava l'albero.
In autunno giunsero i taglialegna per abbattere alcuni degli alberi più grandi; questo accadeva ogni anno e il giovane abete, che ormai era ben cresciuto, rabbrividiva al pensiero di quei grandi e meravigliosi alberi che cadevano a terra con un fragore incredibile. I loro rami venivano strappati, così restavano lì nudi, esili e magri che quasi non si riconoscevano più, poi venivano messi sui carri e i cavalli li portavano fuori dal bosco.
Dove erano diretti? Che cosa ne sarebbe stato di loro? In primavera, quando giunsero la rondine e la cicogna, l'albero chiese:" Sapete forse dove sono stati portati? Non li avete incontrati?"
La rondine  non sapeva nulla, ma la cicogna sembrò riflettere un po', poi fece cenno col capo e disse: "Sì , credo di sì! Ho incontrato molte nuove navi, mentre tornavo dall'Egitto; avevano alberi maestri magnifici: immagino fossero loro, dato che odoravano di abete. Posso assicurarvi che erano magnifici, davvero magnifici!"
"Oh, se anch'io fossi abbastanza grande da andare per il mare! ma com'è poi in realtà questo mare, e a cosa assomiglia?"
"E' troppo lungo da spiegare!" rispose la cicogna andandosene.
"Rallegrati per la giovinezza!" dissero i raggi di sole.
"Rallegrati per la tua crescita, per la giovane vita che è in te!"
Il vento baciò l'albero e la rugiada riversò su di lui le sue lacrime, ma l'albero non riuscì a capire.


Quando si avvicinarono le feste natalizie, vennero abbattuti giovani alberelli, che non erano ancora grandi e vecchi come quell'abete, che non riusciva ad avere pace e voleva sempre partire. Questi alberelli, che erano stati scelti tra i più belli, conservarono i loro rami e vennero messi sui carri che i cavalli trascinarono fuori dal bosco.
"Dove vanno?" chiese l'abete " non sono più grandi di me, anzi ce n'era uno che era molto più piccolo. Perché conservano i rami? Dove sono diretti?"
"Noi lo sappiamo! Noi lo sappiamo!" cinguettarono i passerotti "abbiamo curiosato attraverso i vetri delle finestre, in città. Sappiamo dove vengono portati! Ricevono una ricchezza ed uno sfarzo inimmaginabili ! Abbiamo visto attraverso le finestre che vengono piantati in mezzo a una stanza riscaldata e decorati con le cose più belle, mele dorate , tortine di miele, giocattoli e molte centinaia di candeline!"
"E poi?" domandò l'abete agitando i rami "e poi? Che cosa succede dopo?"
" Non abbiamo visto altro. Ma era meraviglioso !"
" Magari sarò anch'io destinato a seguire quel destino splendente!" si rallegrò l'abete. " Ed è molto meglio che andar per mare. Che nostalgia! Se solo fosse Natale! Ormai sono alto e sviluppato come gli alberi che erano stati portati via l'anno scorso. Potessi essere già sul carro ! E nella stanza riscaldata con quello sfarzo e quella ricchezza ! e poi ? Poi succederanno cose ancora più belle, più meravigliose; altrimenti perché mi decorerebbero ? Deve succedere qualcosa di più importante, di più straordinario, ma che cosa? Come soffro ! Che nostalgia! Non so neppure io cosa mi succede!"
"Rallegrati con me!" dissero l'aria e la luce del sole " goditi la tua gioventù qui all'aperto !"



Ma lui non gioiva affatto. Cresceva continuamente e restava verde sia d'estate che d'inverno, di un verde scuro, e la gente che lo vedeva esclamava " Che bell'albero!"
Verso Natale fu il primo albero ad essere abbattuto. La scure penetrò in profondità nel midollo, l'albero cadde a terra con un sospiro, sentì un dolore, un languore che non gli fece pensare a nessuna felicità; era triste perché doveva abbandonare la sua casa, la zolla da cui era spuntato.
Sapeva bene che non avrebbe più rivisto i vecchi e cari compagni, i piccoli cespugli e i fiorellini che stavano intorno a lui, e forse neppure gli uccelli. La partenza non fu certo una cosa piacevole.
 L'albero si riprese solo mentre veniva scaricato con gli altri alberi, quando udì esclamare :" Questo è magnifico! Lo dobbiamo usare senz'altro!"
Giunsero due camerieri in ghingheri che portarono l'abete in una grande sala molto bella.
Tutt'intorno, sulle pareti, pendevano ritratti e vicino a una grande stufa di maiolica si trovavano vasi cinesi con leoni sul coperchio. C'erano sedie a dondolo, divani ricoperti di seta, grossi tavoli sommersi da libri illustrati e da giocattoli che valevano cento volte cento talleri, come dicevano i bambini. L'abete venne messo in piedi in un secchio di sabbia, ma nessuno  vide che era un secchio, perché era stato coperto di stoffa verde ed era stato messo su un  grosso tappeto a vari colori. Come tremava l'albero! Che cosa sarebbe accaduto? I camerieri e le signorine lo decorarono. Su un ramo pendevano  piccole reti ricavate dalla carta colorata; ognuna era stata riempita di caramelle. Pendevano anche  mele e luci dorate, che sembravano quasi cresciute sui rami. Poi vennero fissate ai rami più di cento candeline bianche rosse e blu. Bambole che sembravano vere, e che l'abete non aveva mai visto prima d'allora, dondolavano tra il verde. In cima venne posta una grande stella fatta con la stagnola dorata; era proprio meravigliosa.
"Questa sera!" esclamarono tutti " questa sera deve splendere!"






"Fosse già sera!" pensò l'albero " se almeno le candele fossero accese presto! Che cosa accadrà? Chissà se verranno gli alberi del bosco a vedermi? E chissà se i passerotti voleranno fino alla finestra? Forse metterò radici qui e resterò decorato estate e inverno !"
Sì! ne sapeva davvero poco ! ma gli era venuto il mal di corteccia per la nostalgia, e il mal di corteccia è fastidioso per un albero come lo è il mal di testa per noi.
Finalmente vennero accese le candele! Che splendore, che magnificenza ! L'albero tremava con tutti i suoi rami fin ché una candelina appiccò il fuoco al verde. Che dolore!
"Dio ci protegga !" gridarono le signorine e subito spensero la fiamma.
Ora l'albero non osava neppure tremare. Che tortura! Aveva una gran paura di perdere qualche parte del suo addobbo ed era turbato per tutto quello sfarzo. Si aprirono i due battenti della porta e una quantità di bambini si precipitò nella stanza, sembrava quasi che volessero rovesciare l'albero. Gli adulti li seguirono con prudenza, i piccoli si azzittirono, ma solo per un attimo, poi gridarono nuovamente di gioia, facendo tremare tutta la casa. Ballarono intorno all'albero e tolsero, uno dopo l'altro, tutti i regali.
" Che cosa fanno?" pensò l'albero " Che succede?" Intanto le candele bruciarono fino ai rami, e man mano che si consumavano, vennero spente. Poi i bambini ebbero il permesso di disfare l'albero.
Gli si precipitarono contro con tale veemenza che l'albero sentì scricchiolare tutti i rami. Se non fosse stato fissato al soffitto con la stella dorata si sarebbe certamente rovesciato.
I bambini gli saltellavano intorno coi loro magnifici giocattoli. Nessuno guardò più l'albero, eccetto la vecchia bambinaia che curiosò tra le foglie per vedere se era stato dimenticato un fico secco o una mela.
"Una storia! Una storia!" gridarono i bambini trascinando un signore piccoletto ma robusto verso l'albero. Lui vi si sedette proprio sotto e disse:" Adesso siamo nel bosco, e anche l'albero farebbe bene ad ascoltare! Comunque racconterò solo una storia. Volete quella di Ivede-Avede o quella di Klumpe-Dumpe che cadde giù dalle scale, salì sul trono e sposò la principessa?"
" Ivede-Avede" gridarono alcuni, "Klumpe-Dumpe" gridarono altri. Fu un grido solo  e solo l'albero se ne stette zitto a pensare. " Non posso partecipare anch'io? Non posso far più nulla ?" In realtà aveva già partecipato e fatto la parte che gli spettava.
L'uomo raccontò la storia di Klumpe-Dumpe che cadde giù dalle scale, salì sul trono e sposò la principessa; i bambini batterono le mani e gridarono:" Racconta, racconta". Volevano sentire anche quella di Ivede-Avede, ma fu raccontata solo la storia di Klumpe-Dumpe.
L'albero restò fermo a pensare per tutta la notte.
 
Il mattino dopo entrarono il cameriere e la domestica. "Adesso ricomincia la festa!" pensò l'albero; invece lo trascinarono fuori dalla stanza, su per le scale fino in soffitta e lo misero in un angolo buio dove non arrivava neanche un filo di luce. "Che significa!?" pensò l'albero. "Che cosa faccio qui? che cosa posso ascoltare da qua?". Si appoggiò al muro e continuò a pensare. Di tempo ne aveva, passarono giorni e notti e nessuno venne lassù; quando finalmente venne qualcuno, fu solo per posare delle casse in un angolo. L'albero era ormai nascosto, si poteva pensare che fosse stato dimenticato.
"Adesso è inverno là fuori" pensò l'albero." la terra è dura e coperta di neve. Gli uomini non potrebbero ripiantarmi, per questo devo rimanere al riparo fino a primavera. Che ottima idea! Come sono bravi gli uomini! Se solo qui non fosse così buio ed io non fossi così solo! Non c'è neppure una piccola lepre! Invece era proprio bello nel bosco quando c'era la neve e la lepre mi passava vicino. Sì, anche quando mi saltava sopra, ma allora non mi piaceva. Qui invece c'è una solitudine terribile!"
 
"Pì! Pi!" esclamò un topolino proprio in quel momento e saltò fuori. Subito dopo ne uscì un altro. Fiutarono l'abete e si infilarono tra i rami.
" Fa un freddo tremendo" dissero i topolini. "Se non fosse per questo freddo, si starebbe bene qui! Non è vero, vecchio abete?"
" Non sono affatto vecchio!" replicò l'abete. "Ce ne sono molti che sono più vecchi di me!"
" Da dove vieni?" gli chiesero i topolini " e che cosa sai?" Erano infatti terribilmente curiosi. Raccontaci del posto più bello della terra! Ci sei stato? Sei stato nella dispensa dove c'è il formaggio sugli scaffali e i prosciutti pendono dal soffitto, dove si balla sulle candele di sego, dove si arriva magri e si esce grassi ?"
" Non lo conosco !" rispose l'albero "ma conosco il bosco, dove splende il sole e dove gli uccelli cinguettano" e così raccontò della sua gioventù, e i topolini non avevano mai sentito nulla di simile, così lo ascoltarono attentamente e poi dissero:" Oh! Tu hai visto molto ! come sei stato felice!".
"Io?" esclamò l'abete, pensando a quello che raccontava. "Sì, in fondo sono stati bei tempi!" poi raccontò della sera di Natale, di quando era stato addobbato con dolci e candeline.
"Oh!" esclamarono i topolini " come sei stato felice, vecchio abete !"
"Non sono per niente vecchio! " rispose l'albero. " Sono venuto via dal bosco quest'inverno! Sono nell'età migliore, ho solo terminato la crescita!"
" Come racconti bene !" gli dissero i topolini, e la notte dopo ritornarono con altri quattro topolini che volevano sentire il racconto dell'albero; e quanto più raccontava, tanto più chiaramente ricordava tutto e pensava: " Erano proprio bei tempi ! Ma ritorneranno, ritorneranno !Klumpe- Dumpe cadde dalle scale e ebbe la principessa, forse anch'io ne sposerò una" e intanto pensava ad una piccola e graziosa betulla che cresceva nel bosco e che per l'abete era come una bella principessa.
"Chi è Klumpe-Dumpe ?" chiesero i topolini e l'abete raccontò tutta la storia; ricordava ogni parola e i topolini erano pronti a saltare in cima all'albero per il divertimento. La notte successiva vennero molti più topi e la domenica giunsero persino due ratti; ma dissero che la storia non era divertente e questo rattristò i topolini che pure, da allora, la trovarono meno divertente.
" Lei conosce solo questa storia?" chiesero i ratti.
"Solo questa !" rispose l'albero "la sentii durante la serata più felice della mia vita, ma in quel momento non capii quanto era felice."
"E' una storia veramente brutta! Non ne conosce una sulla carne e sulle candele di sego? O sulla dispensa ?"
" No!" rispose l'albero.
"Ah, allora grazie!" dissero i ratti e si ritirarono.
Anche i topolini alla fine scomparvero e allora l'albero sospirò :" Era molto bello quando si sedevano intorno a me, quei vispi topolini, e ascoltavano i miei racconti. Adesso è finito anche questo! Ma devo ricordarmi di divertirmi quando uscirò di qui."
Che successe invece? Ah,sì! una mattina presto giunse della gente a rovistare in soffitta. Le casse vennero spostate e l'albero fu tirato fuori, lo gettarono senza alcuna cura sul pavimento e subito un cameriere lo trascinò verso le scale dove arrivava la luce del sole.
"Ora ricomincia la vita!" pensò l'albero, che sentì l'aria fresca e il primo raggio di sole. E così si ritrovò nel cortile: tutto accadde così in fretta che l'albero non si accorse neppure del suo aspetto: c'era tanto da vedere tutto attorno. Il cortile confinava con un giardino che era tutto fiorito, le rose pendevano fresche e profumate dalla ringhiera, i tigli erano fioriti e le rondini volavano tutto attorno e dicevano : "Kvirre-virre-vit", è arrivato mio marito !" ma non si riferivano all'abete.
"Adesso voglio vivere!" gridò lui pieno di gioia e allargò i rami, oh ! erano tutti gialli e appassiti; e lui si trovava in un angolo tra ortiche e erbacce; ma la stella di carta dorata era ancora al suo posto e brillava al sole.
 
 

Nel cortile stavano giocando alcuni di quegli allegri bambini che a Natale avevano ballato intorno all'albero e ne erano stati tanto felici. Uno dei più piccoli corse a strappare la stella d'oro dall'albero.
" Guarda cosa c'è ancora su questo vecchio e brutto albero di Natale!" disse, e cominciò a pestare i rami che scricchiolarono sotto i suoi stivaletti.
L'albero guardò quegli splendidi fiori e quella freschezza del giardino, poi guardò sé stesso e desiderò di essere rimasto in quell'angolo buio della soffitta. Pensò alla sua gioventù passata nel bosco, alla divertente notte di Natale, e ai topolini che erano così felici di aver sentito la storia di Klumpe-Dumpe.
" Finito! finito!" esclamò il povero albero. "Se almeno mi fossi rallegrato quando potevo! Finito! finito!"
Il cameriere sopraggiunse e tagliò l'albero in piccoli pezzi e ne fece unfascio. Come bruciò bene sotto il grande paiolo; sospirava profondamente e ogni sospiro sembrava una piccola esplosione; attratti da quegli scoppi, i bambini che stavano giocando accorsero e si misero davanti al fuoco e, guardandolo, gridarono: "Pif-pof!", ma a ogni crepitio, che era per lui un sospiro profondo, l'albero ripensava a un giorno d'estate nel bosco, a una notte d'inverno quando le stelle brillavano nel cielo, alla notte di Natale e a Klumpe-Dumpe, l'unica storia che aveva sentito e che sapeva raccontare. E intanto si era consumato tutto.
I bambini ripresero a giocare nel cortile e il più piccolo si era messo al petto la stella dorata che l'albero aveva portato nella serata più felice della sua vita; ora questa era finita, e anche l'albero era finito, e così anche la storia: finita, finita,, come tutte le storie.





domenica 22 dicembre 2019

La svastica

Leggo su qui: https://www.vanillamagazine.it/la-svastica-prima-del-nazismo-simbolo-universale-di-pace-e-benessere/?fbclid=IwAR0EvzG1Rz9Go_rnvsZwNdhaZsuMdLECkXSZw3TaIoISK6kR un articolo molto interessante sull'origine della svastica che, all'inizio, aveva un significato ben diverso da quello che ha attualmente:La Svastica prima del Nazismo: un Simbolo Universale di Pace e Benessere


Dal 1930 in poi il simbolo della svastica é associato al nazismo, perché il Partito Nazionalsocialista tedesco lo fece diventare il suo emblema nella bandiera, prima in quella del partito stesso, e poi in quella della Germania hitleriana. Il collegamento con il nazismo ha fatto della svastica un simbolo di male assoluto, ma storicamente non lo é affatto, anzi. Per migliaia di anni la croce uncinata é stata auspicio di fortuna e benessere. In giro per il mondo, specialmente in Asia, si incontra spessissimo la svastica, riprodotta su monumenti ed oggetti, molti dei quali antichissimi.

Elmo greco di tipo frigio con inciso il simbolo della svastica, 350-325 a.C. rinvenuto a Ercolano. Cabinet des Médailles, Parigi. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons viaWikipedia:


La parola italiana svastica deriva dal termine maschile sanscrito svastika, che possiede numerosi significati, rappresentando tra gli altri, e soprattutto nel significato di “oggetto propizio”, il simbolo di una croce greca con i bracci piegati ad angoli retti che, secondo la maggioranza degli orientalisti, rappresenterebbe il disco solare. I primi reperti archeologici in cui si vede la svastica risalgono al Neolitico, e anche nei ruderi della sinagoga di Cafarnao appare accanto a una stella di David. In Oriente é principalmente un simbolo propizio per le culture religiose originarie dell’India, come il Giainismo, il Buddhismo e l’Induismo.

Monile etrusco con decorazione a svastiche rinvenuto a Bolsena, VII secolo a.C. Parigi, museo del Louvre. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:


Nel Buddhismo cinese il termine sanscrito svastika prende il significato di “10.000” ovvero di “infinito” o “tutte le cose” che si manifesta nella coscienza di un buddha, per tale ragione il simbolo è spesso posto, nelle statue rappresentanti un buddha, sul suo petto all’altezza del cuore.
Lo svastika su un tessuto in un museo di Pechino. Fotografia di Marco L condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:


Per migliaia di anni la svastica é stata un simbolo di pace dell’induismo, e lo é tuttora. Viene rappresentata durante una delle più importanti feste indiane, quella di Diwali, che simboleggia la vittoria del bene sul male ed è chiamata anche “festa delle luci”.

Il segno della svastica è riprodotto, probabilmente come simbolo solare, nell’architettura neoromanica della chiesa parrocchiale di Rosazza, in Piemonte, costruita intorno al 1850. Fotografia di Twice25 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:


Nel corso del 20esimo secolo, la svastica era un usata come “portafortuna” dai piloti d’aereo. La porta anche Matilde Moisant, pioniera dell’aviazione americana e seconda donna negli Stati Uniti ad ottenere la licenza di pilota.

Il simbolo della svastica nella storia 13

Molte associazioni sportive hanno avuto come simbolo la svastica, prima del 1930, come questa squadra di hockey in Canada
Il simbolo della svastica nella storia 12



La svastica é stata un simbolo anche delle Forze Armate finlandesi, e lo é ancora per l’Areonautica Militare.






 La svastica é stata utilizzata come simbolo anche dal birrificio danese Carlsberg. Anche se non é più in uso, è ancora presente in più punti di riferimento, in particolare la porta con gli elefanti si trova nel sito originale della fabbrica a Copenaghen.



Sotto, un’ultima nota di colore con un furgoncino di una lavanderia irlandese nel 1912:


Svastica-Lavanderia

Anche il lontano oriente utilizza spesso la svastica come simbolo di pace e benessere. In Giappone, tutt’oggi, si trova sovente in tempi buddisti. Sotto, fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:


articolo di Annalisa Lo Monaco

venerdì 20 dicembre 2019

Freddo amico

Ci siamo: la stagione è proprio quella fredda, ma non ci dobbiamo certo spaventare perchè freddo può essere bello, anzi è certamente salutare. Non parliamo di temperature polari, ma semplicemente di quelle invernali qui da noi, nel nord Italia.
Il freddo quindi non va evitato, temuto e considerato causa di malattia. Ciò a cui dobbiamo stare attenti sono piuttosto gli sbalzi termici. Quelli sì, che ci fanno ammalare!
Per soffrire meno il freddo è utile abituarcisi, temprare il nostro corpo evitando di rintanarci in casa col riscaldamento a manetta, ma uscendo per una passeggiata, ben coperte, ma non con abbigliamento da Polo. L'importante è che lo strato esterno sia impermeabile, per tenere lontana l'umidità.





I benefici del freddo sono parecchi:

Il freddo aiuta a lavorare (e studiare) meglio perchè stimola la concentrazione: il nostro cervello funziona meglio in un ambiente fresco e pare che la temperatura ideale per studiare sia di 16°C (!!).

Il freddo fa bene all'umore, in quanto stimola le endorfine rendendoci più allegri.

Il freddo fa perdere peso. Dimagriamo perché il corpo consuma più energia per riscaldarsi, cioè brucia calorie.

Al freddo si dorme meglio. Le basse temperature conciliano il sonno perché rendono più efficiente il nostro metabolismo.

Il freddo riduce il dolore dovuto ai traumi e infatti mettiamo il ghiaccio sulla parte dolente.

Il freddo favorisce il recupero muscolare dopo una bella fatica.

Il freddo fa bene alla pelle e al sistema vascolare. Questo succede perché i vasi sanguigni, al freddo, si esercitano ad essere reattivi. 

Il freddo alza la pressione quando è troppo bassa.
  
Il freddo purifica l'aria uccidendo germi e batteri, infatti le sale operatorie sono sempre fredde.

Al freddo i bambini si ammalano meno. Sembra un controsenso eppure è così! Meglio lasciare i bambini giocare fuori (ben coperti ovviamente!) piuttosto che esporli agli agenti infettivi di luoghi poco areati. Inoltre, la luce solare favorisce la sintesi della vitamina D, importantissima per i nostri bambini.

E allora...via libera! Usciamo e godiamoci tutto dell'inverno!























mercoledì 18 dicembre 2019

Let's have a nice cup of tea!!

Ogni anno, in occasione della Fiera dei Mercatanti,  arriva nella mia città, direttamente dal Regno Unito, un consistente carico di pottery : tazze, piattini, teiere, lattiere in fine ceramica, variamente decorate e accompagnate da un consistente numero di barattoli di tè, il tutto inequivocabilmente BRITISH !!












Impossibile astenersi dall'acquisto di almeno una tazzina con piattino coordinato, o di  una piccola lattiera decorata con deliziose roselline : è così che di anno in anno nascono e crescono le collezioni... 






Mettici poi il fascino dell'esotico... già, perché  come tutti sanno, nelle abitudini alimentari del nostro Paese , il tè non è mai stata una bevanda molto diffusa, mentre nel Regno Unito ...






Se avete soggiornato per qualche tempo in Inghilterra, soprattutto come ospite in famiglia, sapete bene di cosa sto parlando. Io ricordo ancora, a distanza di anni, il disagio dei primi giorni : il concetto di colazione, pranzo e cena, che mi aveva accompagnato dalla nascita per vent'anni , era completamente svanito, non solo per il cibo, che non aveva niente a che fare con la nostra cucina mediterranea, ma per l'organizzazione dei pasti in generale , così diversa dalle nostre abitudini, a cominciare dal nome.
Fortunatamente l'istinto di sopravvivenza finisce con avere la meglio e poi con il tempo si riescono ad apprezzare anche certe novità.






Se nel nostro Paese la colazione ha quasi sempre avuto un carattere "frettoloso", specialmente per gli adulti ( un caffè e via...), in Inghilterra è  un "rito" da consumare con calma, con abbondanza di cibo e soprattutto con numerose tazze di tè. Molto probabilmente questa consuetudine è nata dal fatto che molte persone dovevano poi allontanarsi da casa per diverse ore, per andare al lavoro, in città, in fabbrica e che, a quella che noi chiamiamo "ora di pranzo", potevano concedersi solo uno spuntino, un sandwich , qualcosa insomma  che tenesse a bada l'appetito fino all'ora di cena: quindi breakfast = di tutto, di più...





 Si racconta  che  un'amica della Regina Vittoria, Anna Russel, VII duchessa di Bedford, nei lunghi pomeriggi trascorsi a palazzo, avvertendo un certo languorino a metà del pomeriggio, avesse la consuetudine di concedersi una tazza di tè (probabilmente più d'una) accompagnata da qualche dolcetto  e tartina, dando origine a quello che sarà chiamato afternoon tea o low tea,(pressappoco qualcosa di molto simile a ciò che da noi si chiama, meno elegantemente, merenda) a cui far seguire un high tea all'ora di cena.






Mentre passava l'estate nella sua residenza di Woburn Abbey , la duchessa incominciò ad invitare alcuni amici per condividere con loro una tazza di tè con pasticcini annessi, idea che subito si diffuse nell'alta società. All'inizio questo rituale veniva seguito solo dalle classi più abbienti, che potevano tra l'altro disporre di servizi di porcellana finissima bianca e blu proveniente dalla Cina.





Così le signore aristocratiche incominciarono ad incontrarsi per un afternoon tea per tenersi compagnia, scambiarsi pettegolezzi, esibire i loro salotti eleganti.








Successivamente con la nascita in Inghilterra della famosa manifattura  Wedgwood, che produceva esemplari di terracotta liscia e a basso costo, il rito del tè pomeridiano si diffuse in tutte le classi sociali





e per venire incontro alla consuetudine del tè pomeridiano, si diffusero nei locali pubblici le "tea rooms", stanze riservate, per lo più alle signore che intendevano soffermarsi per una pausa di relax .




La prima sala da tè inglese di cui si abbia notizia fu aperta da John Twining nel 1706 al numero 216 dello Strand di Londra, dove si trova tuttora.





Nel Regno Unito e negli altri paesi anglosassoni le sale da tè erano ,e sono in genere, locali di piccole dimensioni, rivolti prevalentemente a un pubblico femminile, con un'atmosfera tranquilla e raccolta, in cui consumare tè accompagnato da spuntini leggeri.
Una particolarità delle sale da tè anglosassoni della prima metà del '900 era la presenza abituale di un cartomante o chiromante che offriva i suoi servizi divinatori alle clienti della tea room.








Oggi, con la globalizzazione, forse qualcosa è mutato nelle ferree abitudini inglesi , ma nell'immaginario collettivo la cup of tea continua a rappresentare la tradizione e la  cultura anglosassone.