giovedì 21 febbraio 2019

Storia di un libro senza storia





Il pane e i libri non si buttano mai. Non è una legge scritta ma un imperativo categorico e, senza tirare in ballo la filosofia, è così e basta.


Con il pane secco in cucina si possono fare tante cose buone e un libro può sempre essere scambiato, regalato, prestato, dimenticato, amato, odiato, venduto, ma MAI buttato. Perfino a un libro lungo e noioso va risparmiato il sacco della spazzatura; caso mai, come sostiene  Dindi, può finire nella biblioteca di un  carcere, tanto lì di tempo ce n'è....

Io ho sempre cercato di conservare i miei libri, quelli dell'infanzia, dell'adolescenza, quelli che mi sono piaciuti, quelli mai letti e quelli che non rileggerei nemmeno sotto tortura e quelli più cari ovviamente.

La stessa cosa ho fatto con quelli dei miei figli. Loro oggi non hanno più tempo per riguardarli, ma io sì, e risfogliarli è un po' come ripercorrere un tratto della mia vita e risvegliare ricordi lontani, come è successo ieri.
Erano i primi anni '70 e ci eravamo trasferiti da poco a Treviso per motivi di lavoro ; a Franco, mio marito, capitò di dovere andare qualche giorno a Budapest. A Fabio, nostro figlio, che aveva un paio d'anni, forse tre , piaceva molto sfogliare i libri per i più piccoli e scarabocchiarli un po', così chiesi a Franco di portargliene uno in regalo dall'Ungheria, e così fece.





A Fabio il libro piacque parecchio perché le illustrazioni erano a misura di bambino e la storia... bèh , la storia non c'era - o meglio - c'era, ma era scritta in ungherese... che, dicono, sia una delle lingue più difficili da decifrare...








Allora ne improvvisai una, forse più d'una, perché le immagini parlavano di una famigliola, di bambini, di genitori, di nonni, di giochi, di casa, di una realtà domestica molto simile alla nostra.

Ora però, ritrovandomi il libro fra le mani dopo tanti anni, vorrei sapere qualcosa di più su chi l'ha scritto e su chi l'ha illustrato.

Come si legge sulla copertina, l'autrice è Janikovszky Eva e l'illustratore è Réber Laszlo Rajzaival.




Il profilo della prima su Wikipedia è di poche righe, rigorosamente in lingua ungherese. Gli unici riferimenti comprensibili sono l'anno di nascita -1926- e quello di morte -2003.

In rete si trovano molte immagini di questa signora,  legate a notizie, interventi, mostre, pubblicazioni, ma nessuna in inglese, in francese , in spagnolo o in italiano ; eppure di libri  per bambini deve averne scritti davvero tanti a giudicare dalle copertine, dai titoli,  e soprattutto proprio dal suo volto, ripreso in varie stagioni della sua vita, né la sua collaborazione con Réber Laszlo, l'illustratore,  deve essere stata occasionale.

Purtroppo lo stesso mistero avvolge anche quest'ultimo, presente con molti dei suoi disegni su Pinterest , dove viene definito a great Hungarian Illustrator.





Ho cercato collegamenti ai siti che pubblicano immagini dei suoi disegni per sapere qualcosa di più sulla sua produzione, ma senza successo.

Ora però, nonostante la ricerca sia stata davvero frustrante,  posso dire con soddisfazione di aver  imparato che in ungherese:

Anyukàm = mamma     Apukàm = papà
Nagymamàn = nonna    Nagypapàm = nonno
Kistestvérem = sorellina

E' più di quanto sapessi quarant'anni fa, quando per Fabio inventavo una storia che non c'era. E se riprovassi ora???

La tentazione è forte, ma non c'è più un bambino disposto ad ascoltarla, e le mie parole, anche se comprensibili, sarebbero probabilmente superflue, proprio come lo sono quelle dell'autrice per chi non conosce la lingua magiara.

A me sembra che la forza di questo libro sia proprio nelle immagini, semplici e accessibili a tutti, piene di quotidianità,  con qualche tocco di poesia ( le corse nei prati, palloncini che volano...).

Le figure disegnate con tratti semplici e matite colorate sono denominatori comuni a tante generazioni di ex-bambini, anche in paesi diversi, perché i bambini sono bambini, ovunque.

Tutti fanno dispetti e combinano guai , tutti amano festeggiare il compleanno in compagnia dei nonni, tutti si addormentano ascoltando i loro racconti, quanto meno,vorrei che fosse così per tutti. E allora, bando alle ciance, e scorriamo le immagini, sperando che possano donarvi  momenti di serenità. 













 
 
 
 
  












 
 
 
 
 
 
 
 
 






















































































E se qualcuno di passaggio in questo blog, avesse notizie dell'autrice e del disegnatore di questo libro, e desiderasse condividerle con noi, avrebbe certamente tutta la mia gratitudine.

martedì 19 febbraio 2019

Poesie di Ada Luz Marquez ( Hermana Aguila)

Spagnola, classe 1979, poetessa ed educatrice. Potete trovare molto su di lei nel web. Ha anche una pagina fb.





Non sono altro che la mia anima, non ho più che il mio corpo, non dò nient'altro che il mio cuore.



“Le rughe dei miei occhi sono raggi di sole. Le rughe sulle mie guance sono onde del mare. Le rughe della mia fronte sono onde di sabbia.
Il mio viso è una tela dove è impresso il paesaggio che ho vissuto, la grande opera infinita che è la vita. Il mio viso è la poesia di Madre Terra, scritta sulla mia pelle. Le mie risate e le mie lacrime, i miei canti ed i miei silenzi, la vita vissuta ad ogni respiro.
Amo le mie rughe e le mie cicatrici, perché mi ricordano che sono stata, che sono e che sarò sempre più grande di ogni possibile dolore.”



La felicità non è un traguardo
è il sentiero,
è l’atto stesso della gestazione di un sogno.
E’ deliziarsi con l’odore del pane
che si sta impastando,
è il costruirsi le ali e sentire mentre si intessono
l’immensa gratitudine di essere già in volo.





Non insistere, il fiore non sboccia
prima del giusto tempo.
Neanche se lo implori,
neanche se provi ad aprire i suoi petali,
neanche se lo inondi di sole.
La tua impazienza ti spinge a cercare la primavera;
quando avresti solo bisogno
di abbracciare il tuo inverno.




Disse la vecchia guaritrice dell’anima:

Non fa male la schiena, fa male il carico.
Non fanno male gli occhi, fa male l’ingiustizia.
Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia.
Non fa male lo stomaco, fa male quello che l’anima non digerisce.
Non fa male il fegato, fa male la rabbia.
Non fa male il cuore, fa male l’amore.

Ed è proprio lui, l’amore stesso, che contiene la più potente medicina.



C’è stato un momento
in cui mi sono persa.
Ho perso tutto quello che avevo
attaccato alla schiena,
i vecchi paradigmi,
forme,
maschere,
vergogna,
senso di colpa,
costumi
e le regole.


Ho perso ore e orologio,
calendario e aspettative,
le speranze e le certezze.
Ho perso tutto ciò che era,
tutte le inutili attese,
tutto quello che avevo cercato e tutto quello per cui avevo camminato
e tutto ciò che è avevo lasciato sul ciglio della strada.

E così, nel perdere tutto,
ho anche perso la paura,
la paura di infrangere le regole
e le autocritiche feroci,
la paura della morte
e la paura della vita,
la paura di perdersi,
e la paura di perdere.

E completamente nuda,
priva della vecchia pelle,
ho trovato un cuore
che vibra dentro ogni poro del mio essere,
un profondo tamburo
fatto di argilla, stelle e radici
il suo eco dentro di me
è la voce della Vecchia Donna,
fu allora che ricordai
battito dopo battito,
che ero viva,
eternamente viva,
che ero libera,
coraggiosamente libera.

domenica 17 febbraio 2019

La moda degli anni ruggenti

Con la Grande Guerra e gli uomini impegnati al fronte, in tutta Europa, le donne iniziano ad entrare massicciamente nel mondo del lavoro anche in settori fino a quel momento riservati agli uomini. Sono soprattutto le donne del popolo che si mobilitano nell’industria bellica, nel settore dei servizi, nei lavori agricoli e nella confezione delle divise; mentre le donne di classi sociali agiate si impegnano in attività politico-patriottiche di assistenza e volontariato. 
La donna inizia quindi a desiderare abiti semplici e pratici, che le permettano di lavorare e gestire al meglio le proprie attività quotidiane.




I futuristi furono i primi che per primi trasformarono l’abito in simbolo atto a significare qualcosa.
L’abito rientra nel progetto di “ricostruzione futurista dell’universo” e proprio per questo, così come per il movimento artistico con Marinetti nel 1909 a Parigi, nel 1914 a Milano viene pubblicato sul Manifesto futurista “Il vestito antineutrale“, firmato dal pittore Giacomo Balla. L’abito per la prima volta nella storia è considerato dal Movimento l’espressione di uno stile di vita, è fonte di comunicazione del sé agli altri.





  Ne “Il vestito antineutrale” Balla propone l’introduzione del colore nell’abbigliamento maschile, l’uso del taglio come manifestazione di novità e rottura col passato (non a caso in ambiente futurista nel 1913 nasce il famoso scollo a V), l’uso dell’accessorio da applicare in modo creativo per cambiare e rinnovare costantemente la struttura dell’abito e l’asimmetria del taglio diagonale che rende la forma del capo dinamico. L’abito deve essere semplice e pratico, quindi facile da indossare e da togliere, deve essere gioioso con stoffe di colori entusiasmanti, deve essere igienico ovvero tagliato in modo che ogni punto della pelle possa respirare nelle lunghe marce dei rivoluzionari futuristi.




Nella prima parte del decennio, la moda mondiale è influenzata dai ritrovamenti avvenuti nella tomba di Tutankamen; gli abiti sono adornati da fantasie che richiamano le scoperte fatte in Egitto, arabeschi, colori vivaci e riferimenti alla simbologia e cultura egizia svettano un po’ ovunque prima di passare a un’eleganza universalmente riconosciuta, quella dei velluti e delle morbide sciarpe da portare al collo. Successivamente in Italia inizia a prender piede l’abito futurista mentre in Francia è Chanel la protagonista assoluta degli anni ’20; capace di farsi interprete delle nuove esigenze, essere arbitro del gusto e dello stile della nuova generazione di donne pronte a combattere per le propria libertà.