lunedì 4 marzo 2013

Giacinto Galbiati



Non volevo fare un post su Galbiati perché già ne hanno parlato sia Angelo sul suo sito, che Claudia sul suo blog e mi pareva di fare un doppione inutile, però mi pare che il nostro di blog, avrebbe avuto una lacuna piuttosto grossa ignorandolo, perché Giacinto è uno dei più prolifici illustratori del secolo scorso. E non solo è stato un illustratore, ma anche un pittore famoso, sebbene non sia fra i miei preferiti.




Da:
http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2012/02/giacinto-galbiati-e-luccello-doro.html:

Pittore lombardo di nascita, ma molto conosciuto ed amato in Liguria avendo qui soggiornato e lavorato alacremente per oltre quaranta anni.
La sua preparazione pittorica avviene a Milano ed è tipicamente lombarda la tavolozza che caratterizza il suo lavoro: colori caldi piuttosto scuri, tono su tono. La pittura fu praticata in maniera “professionale” come unica attività fin dagli anni ’40. Dipinse in prevalenza nature morte e paesaggi. La terra ligure (costa ed entroterra) lo ha fortemente ispirato e le opere che la rappresentano sono tra le più note.













C’è invece una attività, ai più sconosciuta, a cui l’artista si dedicò in precedenza: quella dell’illustratore (fumetti, settimanali, libri per bambini, cartoline ecc.)
Ed è questa attività in particolare che interessa a noi:







































































































domenica 3 marzo 2013

Le rose sono rosse,le viole sono blu....ma non solo




Quando ero una ragazzina, all'arrivo della primavera, si andava spesso nei prati e nei campi intorno al paese a raccogliere primule e viole. Ce n'erano a migliaia....almeno così mi sembrava. Bastava chinarsi sul ciglio del fosso, frugare nell'erba delle balze che separavano i campi, avvicinarsi ai piedi degli alberi ancora privi di gemme ed erano lì ad aspettarci.
Le primule erano le sentinelle con le loro gialle corolle sgargianti e annunciavano le viole, più timide e scontrose.
Nonostante l'abbondanza,o forse proprio per quella, mi sentivo presa come da una specie di frenesia, dall'urgenza di coglierne tante...tutte. Le mani ancora piccole faticavano a trattenerle per via dello stelo corto e così spesso i fiori cadevano lungo il sentiero e al rientro il bottino aveva un'aria piuttosto strapazzata. Ma le viole, le viole conservavano tutto il loro profumo  e le più belle venivano messe tra le pagine di un libro per riscoprile intatte dopo mesi, anni.
Ancora oggi nel mio giardino, che era un campo quando ero bambina, a marzo nascono spontanee le viole e io so che con loro è arrivata la primavera.







Le viole sono sempre state amate e coltivate fin dall'antichità, come dimostrano gli affreschi della reggia di Cnosso, sull'isola di Creta, del secondo millennio a.C.; la viola era il simbolo di Atene ed era già commercializzata nel 400 a.C., mentre nel 40 d.C. lo scrittore romano Varro dava suggerimenti su come costruire un violarium. 
Il nome viola deriva dal mito greco di Io, una delle tante sfortunate amanti di Zeus. Forse per consolarla d'essere stata trasformata in giovenca, la terra generò le viole perchè diventassero il suo cibo.
Un altro mito racconta di come Orfeo si fosse fermato per riposare e dove posò il suo liuto fiorì la prima viola. Plinio consigliava ghirlande di viole per tener lontano il mal di testa, mentre gli Arabi profumavano le bevande di viole e le ritenevano efficaci contro le punture di scorpione.
Le viole apparvero con le erbe medicinali nei giardini medievali e con le piante aromatiche in quelli elisabettiani.
Nel sedicesimo secolo il botanico Gerard descrisse le viole come la massima bellezza del giardino.





Anche Napoleone e Giuseppina le amavano e si racconta che egli morì stringendo fra le mani un medaglione con delle viole raccolte sulla tomba di lei.
Dalla fine del diciottesimo secolo furono usate in Inghilterra come precursori delle cartine di tornasole e in Francia nell'industria profumiera.
In epoca Vittoriana furono addirittura adorate e benchè siano passate di moda dopo la seconda guerra mondiale, gli innamorati romantici non le hanno dimenticate.




La rivista inglese Gardens nel mese di febbraio ha pubblicato un articolo interamente dedicato al vivaio di Clive Groves nel Dorset , dove da quarant'anni ci si dedica alla coltivazione delle viole e alla creazione di stupendi nuovi esemplari nati dall'incrocio di specie autoctone con quelle tipiche di altri paesi. Guardate queste immagini :











































non vi sembra di sentirne il profumo?









Pedro Salinas




Poeta e critico spagnolo (Madrid 1891 - Boston 1951); dapprima professore nelle università di Siviglia e di Murcia, dopo la sua fuga dalla Spagna in seguito alla guerra civile, insegnò alla Johns Hopkins University di Baltimora. Il suo  è un temperamento lirico costantemente teso all'espressione essenziale e a quella nitidezza d'immagine che è prerogativa di J. R. Jiménez. L'amore, considerato come l'unica realtà conoscibile, è il tema preferito della lirica di Salinas: di qui le sue minuziose indagini sull'argomento e il suo interesse per lo studio di alcune situazioni psicologiche.







Il modo tuo d'amare
È lasciare che io ti ami.
Il si con cui ti abbandoni
È il silenzio. I tuoi baci
Sono offrirmi le labbra
Perché io le baci.
Mai parole o abbracci
Mi diranno che esistevi
E mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi,
tu, no.
E sto abbracciato a te
Senza chiederti nulla, per timore                                                 
Che non sia vero
Che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
Senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
Con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d'amarti solo io.
















Ti si sta vedendo l'altra.
Somiglia a te:
i passi, la stessa fronte aggrondata,
gli stessi tacchi alti
tutti macchiati di stelle.
Quando andrete per la strada
insieme, tutte e due,
che difficile sapere
chi sei, chi non sei tu!
Così uguali ormai, che sarà
impossibile continuare a vivere
così, essendo tanto uguali.
E siccome tu sei la fragile,
quella che appena esiste, tenerissima,
sei tu a dover morire.
Tu lascerai che ti uccida,
che continui a vivere lei,
la falsa tu, menzognera,
ma a te così somigliante
che nessuno ricorderà
tranne me, ciò che eri.
E verrà un giorno
- perché verrà, sì, verrà -
in cui guardandomi negli occhi
tu vedrai

che penso a lei e che la amo:
e vedrai che non sei tu.








Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere
là dove taci, o nelle
parole con cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all'indietro
in ciò che hai fatto, prima,
sommare azione a sorriso,
anni a nomi, sarà
come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell'equivoco,
della storia, del passato,
tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente
ed inatteso arrivo,
sei così anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile.







A te si arriva solo attraverso te.
Ti aspetto.
Io sì che so dove mi trovo,
la mia città, la via, il nome
con cui tutto mi chiamano.
Però non so dove sono stato con te.
Là mi hai portato tu.
Come avrei imparato la strada
se non guardavo nient'altro che te,
se la strada era dove tu andavi,
e la fine fu quando ti sei fermata?
Che altro poteva esserci
più di te che ti offrivi, guardandomi?
Però adesso che esilio,
che mancanza,
e lo stare dove si sta.
Aspetto, passano i treni,
i destini, gli sguardi.
Mi porterebbero dove non sono stato mai.
Ma io non cerco nuovi cieli.
Io voglio stare dove sono stato.
Con te, ritornarci.
Che intensa novità,
ritornare un'altra volta,
ripetere mai uguale
quello stupore infinito.
E fino a quando non verrai tu
io resterò sulla sponda
dei voli, dei sogni,
delle stelle, immobile.
Perché so che dove sono stato
non portano né ali, né ruote, né vele.
Esse vagano smarrite.
Perché so che dove sono stato con te
si va solo con te, attraverso
te...

sabato 2 marzo 2013

Piccoli gioielli di famiglia: la Rotonda di S.Tomè

Il nostro Paese, si sa, ha un patrimonio artistico di valore inestimabile che tutto il mondo ci invidia, ma ciò che lo rende particolarmente apprezzabile non è solo la grandiosità e lo splendore dei grandi monumenti riconoscibili a prima vista. Accanto alle opere degli artisti più famosi  ci sono infatti, sparsi sul territorio, molto spesso nascosti ai più, veri e propri gioielli, tanto più preziosi in quanto custoditi ed amati da persone che li ritengono parte integrante della storia della loro comunità.
E' il caso della Rotonda di San Tomè.
 
 
 

 
 
 
A due passi da Bergamo, immerso nel verde della campagna, nel territorio di Almenno S.Bartolomeo, inconfondibile sullo sfondo delle colline orobiche, questo antichissimo edificio sacro, noto come Tempio di S.Tomè, o anche, per via della sua forma circolare, Rotonda di S.Tomè è molto caro al cuore dei bergamaschi.
Sorge sui resti  di un tempio pagano (forse più d'uno) e per lungo tempo le sue origini sono rimaste sconosciute.
Studi recenti sono riusciti però a datare l'edificio e a stabilirne la paternità stilistica : ad erigerlo furono i monaci bianchi costruttori, appartenenti alla Chiesa d'Irlanda, che si insediarono nel nord dell'Italia a partire da S.Colombano, ai tempi di Teodolinda, regina dei Longobardi.
 
 
 
 
 
Almenno stessa era corte regia longobarda e poco più sotto rispetto all'area in cui sorge S.Tomè, la strada della regina e il ponte della regina testimoniano con queste denominazioni popolari, come nell'immaginario collettivo, Teodolinda e la sua ricca corte siano rimasti sempre presenti.
 
 
 S.Tomè non è solo un capolavoro di arte medievale, ma è anche lo scrigno in cui due volte l'anno, condizioni meteorogiche permettendo, si perpetua il fenomeno della formazione di un sole virtuale all'interno dell'edificio, al tramonto degli equinozi.
Grazie ad un fenomeno di diffrazione ottenuto con il sapiente posizionamento di una monofora e di un piano litico, l'architetto di questa bellissima chiesa ha fatto in modo che per pochi minuti, prima del tramonto del sole, i raggi incidenti vadano a formare sul pavimento del tempio un disco solare nettissimo, che al calar del sole si alza fino a toccare l'altare, per scomparire nel momento del passaggio dell'astro celeste sotto la linea dell'orizzonte.
 
 
 
 
 Il gioco di luci ed ombre, che assume particolare rilevanza in momenti topici dell'anno, resta comunque uno degli elementi di maggior fascino di questa costruzione , così come la sua lunga storia ricca di misteri solo in parte svelati.