domenica 26 marzo 2017

Roraima

Navigare in internet è molto interessante! Scopro cose di cui non avrei mai saputo l'esistenza. Non è che si ci salvi dall'ignoranza, ma qualcosa da imparare lo si trova sempre.
Qui http://siviaggia.it/viaggi/il-monte-roraima-nella-gran-sabana-venezuela/9329/, 
per esempio, ho scoperto l'esistenza di un mondo antico, che è arrivato intatto fino ai giorni nostri. Non è interessante?







Si tratta di una delle formazioni rocciose più antiche della Terra. Il confine naturale tra Venezuela, Brasile e Guyana, nel cuore dell’America Meridionale. Anche noto come Tepui di Roraima o Cerro Roraima. Il suo fascino è protetto dalle nuvole che avvolgono la base del monte.


Gli abitanti di questi luoghi, gli indios Pemòn, da sempre hanno costruito leggende e storie fantastiche legate al Monte Roraima, per la sua natura così suggestiva e unica. 



Per gli Indios del posto, sono le “lacrime di Dio”. Secondo una leggenda, infatti, nell’antichità il monte Roraima non era così alto, ma si trattava di un’enorme pianura con grandi distese di acqua, ricoperta da una rigogliosa foresta, ricca di flora e fauna… un paradiso terrestre.
Un giorno qui nacque un banano ricco di frutti di rara bellezza e Paaba, Dio in persona, proibì agli abitanti di mangiarli e di toccare l’albero sacro. Gli abitanti della regione un giorno si accorsero che l’albero era stato spezzato e che un casco di banane era stato rubato. La natura, in pochi istanti, si ribellò e, mentre la popolazione fuggiva spaventata, anche gli uccelli, volando, emisero un triste canto. Mentre la pioggia si abbattè a dirotto sulla regione, al centro si innalzò lo spettacolare monte Roraima, avvolto da una cintura di nuvole.





A livello geologico i tepui sono i resti di altopiano di arenaria che nel corso del tempo hanno subito un’erosione naturale, rimanendo come isole all’interno della foresta pluviale. Roraima è il tepui più famoso. Il suo nome per gli indigeni è traducibile più o meno con "la madre di tutte le acque" perché dalla vetta le cascate che si formano danno origine alla maggior parte dei corsi d’acqua. E’ alto quasi 2.800 metri.Le antiche popolazioni della zona hanno dato a queste montagne il nome di "tepuy" ovvero la "casa degli dei". I corsi d’acqua che scendono dalla montagna, interrotti da alte cascate, vanno verso il Rio delle Amazzoni, l’Orinoco e verso i fiumi della Guyana. 
Un altro tepui molto conosciuto è l’Auyantepui da cui nasce il Salto dell'Angelo, la cascata più alta del mondo. 



Nel Sud-Ovest del Venezuela esistono più di un centinaio di tepui e possono raggiungere i 3.000 metri di altitudine. Hanno pendii ripidi come strapiombi. Sulla vetta il paesaggio sembra lunare, disseminato di statue naturali scolpite dal vento in una roccia molto scura. 





Sul Roraima si trova "la valle dei cristalli", un’area completamente ricoperta di quarzi. 






Sulla superficie dell’altopiano sono rimasti ambienti unici con una flora e una fauna che non hanno simili sul nostro pianeta. Alcuni esemplari di piante e animali che vivono soltanto qui, come alcune orchidee e piante carnivore. Sono famose le minuscole rane nere, che per sfuggire ai predatori, non saltano ma si spostano trasformandosi in palle che rotolano.




Il clima è più fresco rispetto al clima tropicale che si trova nel territorio circostante. Alcuni tepui mostrano caverne o cenote in rocce solubili nell’acqua come il calcare. Possono essere profondi e larghi fino a 300 metri, scavati dall’acqua e il cui soffitto ha ceduto nel tempo.






 Il Roraima fu d’ispirazione ad Arthur Conan Doyle per scrivere il romanzo "Il mondo perduto", dove sarebbero sopravvissuti dinosauri e altri animali preistorici.

 Nel 1884 fu conquistata la vetta proprio di questo tepui che suscitò un incredibile interesse scientifico; l’isolamento di questo habitat ha fatto in modo che qui sopravvivessero davvero specie animali e vegetali del tutto assenti altrove sulla Terra.

La zona è abitata da diverse tribù di Indios, padroni quasi assoluti della Gran Sabana, la foresta ai piedi del Roraima. Sono gli indios Pemòn, una popolazione amazzonica pacifica ed egualitaria di 15 mila persone. Il centro maggiore della zona è la cittadina di Santa Elena de Uairèn, dove c’è anche l’aeroporto, nella regione di Bolivar in Venezuela. Da qui si può organizzare con guide locali un trekking sulla cima del Roraima, nel Parco Nazionale dei Canaima. La partenza dei trekking è dal villaggio di Paratepui a due ore e mezzo di auto dalla base dell’ascensione. La salita può durare circa due giorni e mezzo.

 

sabato 25 marzo 2017

La febbre del sabato sera


Come ho già raccontato qui http://ilclandimariapia.blogspot.it/2014/02/il-tempo-passa.html, John Travolta è uno degli attori che io e Mianna preferiamo e, anche se lo amiamo maggiormente adesso che è "in età", non possiamo fare a meno di ricordarlo con affetto nel film che ne ha fatto un divo: la febbre del sabato sera.
Decisamente poco raffinato,anzi, per niente,  ma bellissimo, sensuale e ballerino stupendo.






Da wikipedia:

La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever) è un film musicale del 1977 diretto dal regista John Badham, che lanciò l'attore John Travolta.

Si tratta di uno dei film più celebri nella storia del cinema. La pellicola, grazie alla quale Travolta ottenne la sua definitiva consacrazione, viene concepita come un vero e proprio omaggio alla disco music e al glam dominante negli anni settanta. Le musiche vengono arricchite dai successi musicali in voga all'epoca, tra cui spiccano le canzoni originali dei Bee Gees (soprattutto il brano Stayin' alive), che con la pellicola ritrovano una nuova stagione di gloria.






La trama tratta comunque tematiche serie, ed affronta problemi giovanili tuttora attuali, come l'emigrazione, l'uso di stupefacenti nelle discoteche, il razzismo- che non risparmia i protagonisti italo-americani, marchiati con gli annosi luoghi comuni di accidia e sciatteria - e la violenza tra bande.

Il film ebbe un successo straordinario. La colonna sonora della pellicola, composta per lo più dai celebri brani dei Bee Gees vendette oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, diventando una delle colonne sonore più vendute di tutti i tempi.



E proprio la voglia di riascoltare quelle musiche, la nostalgia di quei ballerini fantastici,  ci ha portato in teatro, ieri sera, a vedere una commedia musicale che riprende la storia di Tony Manero e Co. Non era la versione famosa con Lorella Cuccarini, di cui ho sentito parlare molto bene, ma un'edizione con attori-cantanti-ballerini a noi sconosciuti. Probabilmente noti al resto del pubblico, più informato di noi.



Che delusione, ragazzi! La commedia, qui, era vista come una parodia: i ragazzi sembravano tutti una massa di deficienti e gli adulti, penosissimi, che parlavano solo in dialetto pugliese ad un volume da spaccatimpani. Mi ricordavano quelle commedie dialettali che vedevo all'oratorio, da ragazza, o, al massimo,i Legnanesi, versione sud, ma con tutto il rispetto per i Legnanesi, che sono artisti specializzati!
Ma perchè hanno voluto farne una cosa comica? L'idea del film non lo era affatto! Anzi, trattava temi importanti e purtroppo sempre attuali. Soprattutto la mancanza di ideali che affligge la gioventù, la difficoltà ad avere sogni, in un mondo troppo materialistico, ma anche la possibilità di riscatto e la ricerca di un significato per la propria vita.
Se non si voleva andare sul "serioso", bastava raccontare una storia di ragazzi e lasciar cantare e ballare gli interpreti, che erano anche piuttosto bravi. 
Di parodie ce n'era già una, vista nella tv degli anni 80 ( forse a Drive in) e fatta da Enrico Beruschi, un maestro della comicità, che era stato bravissimo a far ridere, rifacendo per la trasmissione parecchi film famosi, tra cui, appunto, Saturday night fever..
Per dirla tutta, io e Mianna, nell'intevallo ce la siamo filata e ci siamo perse la seconda parte dello spettacolo perchè l'idea di un'altra ora e mezza di stupidaggini simili ci pesava troppo.
Che peccato.....questa volta non ci è proprio andata bene!
E allora consoliamoci con questo video




venerdì 24 marzo 2017

Timbuktu

Nelle mie fantasie di bambina Timbuktu era un posto imprecisato e misterioso ai confini del mondo, ma da quanto leggo oggi, pare che per molti fin da un lontano passato, questa città sia stata immaginata come una sorta di Eldorado , nascosto da qualche parte a sud del Sahara.
Fondata già prima del XII secolo, si trasformò rapidamente da presidio stagionale per la vendita del sale in uno dei più grandi punti nevralgici per il commercio carovaniero. Chi veniva dall'ovest portava oro da scambiare con il sale proveniente dalle miniere a est. Così, con  il tempo ,da stagionale il mercato diventò una postazione fissa e intorno ad esso sorse una vera e propria città.


All'inizio del XIV secolo Timbuktu apparteneva all'Impero del Mali ed era conosciuta in tutto il continente africano.








In questo periodo incominciò a diffondersi anche in Europa il mito di questa città e delle sue favolose ricchezze. Si racconta  che
nel 1320 il sultano del Mali, Mansa Moussa, fosse andato in pellegrinaggio alla Mecca con 60.000 schiavi e servitori e con un tale carico d'oro che ,durante la sua sosta al Cairo, il prezzo del metallo prezioso precipitò improvvisamente.

Si diceva che tutto l'oro provenisse da Timbuktu e quando 30 anni dopo l'esploratore arabo, Ibn Battuta, visitò la città, i  racconti della sua stupefacente vitalità infiammarono la fantasia degli europei, che la immaginarono come un luogo lastricato d'oro.



 
 
Ma la vera stagione d'oro di Timbuktu avvenne nel XV secolo e non furono i lingotti di metallo prezioso a caratterizzarla, furono i libri.
In quasi 200 scuole coraniche,  centinaia di studiosi si raccolsero per trascrivere il loro sapere in una quantità straordinaria di manoscritti e tutti gli stranieri che arrivavano in città erano invitati a condividere le conoscenze acquisite e a diffonderle.

 
 

 
 
 
 

 
 

Timbuktu divenne uno dei più grandi centri culturali del mondo allora conosciuto, dove si impartivano nozioni non solo di contenuto religioso, ma anche di matematica, scienza, astrologia.
Molti studiosi possedevano biblioteche personali con centinaia o migliaia di libri ed insegnavano all'interno delle moschee, ma molti di essi intrattenevano gli studenti nelle loro case e godevano di grande prestigio.

Purtroppo quando le truppe marocchine presero possesso della città nel 1591, Timbuktu iniziò un progressivo e inarrestabile processo di decadenza. Molti esploratori europei, sulla spinta del mito costruito su storie fantastiche, si avventurarono alla ricerca di Timbuktu : quelli che provenivano dalla costa occidentale spesso morivano a causa della malaria o di altre malattie tropicali, e quelli che attraversavano il deserto finivano per morire di fame e di sete o vittime delle scorribande delle tribù nomadi.

I pochi che riuscirono ad arrivare indenni alla meta, furono delusi nel trovare solo sabbia e cammelli in una città ormai spenta.
 
 


A testimonianza del periodo d'oro di Timbuktu restano la prestigiosa Università coranica di Sankoré e tre grandi moschee.
Quasi tutti gli edifici sono stati costruiti con il fango, materiale solido e garantito dalla scarsissima presenza di piogge; tuttavia i principali monumenti sono minacciati dal problema della desertificazione.





























L'occupazione della città da parte degli estremisti islamici ha rappresentato e rappresenta un ulteriore pericolo per la storia e la cultura di questa città. Grazie però alla strenua volontà di difendere un preziosissimo patrimonio artistico e culturale custodito per secoli , è stato possibile trasferire e mettere in salvo la maggior parte degli antichi manoscritti di proprietà di numerose famiglie locali.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dal 1988 Timbuktu è entrata nell'elenco dei siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO ed è stata proposta come candidata al concorso delle sette meraviglie moderne.
 
Molti sostengono che questo angolo di mondo meriti di essere visitato prima di morire, perché qui si ritrova l'Africa delle origini
dove la vita è rimasta quella di sempre : l'acqua attinta ai pozzi - quando c'è - il miglio pestato col mortaio e il pane cotto nel forno.
 
 
 
 
 
 
Il Mali è un paese in cui più di venti etnie diverse hanno saputo conservare il proprio idioma, i propri costumi e soprattutto l'arcaica nobiltà che non può essere cancellata né dall'attuale miseria né dall'instabilità politica.
 
 
 
 
 
 

giovedì 23 marzo 2017

Un libro e un fiore



L'ho appena finito: intrigante, piacevole, sorprendente, nonostante una qualche indefinita difficoltà iniziale ad entrare nel romanzo. Credo sia un problema di età, perchè da un po' mi succede quasi sempre a faticare l'inizio di un libro, come se volessi chiuderlo e non riaprirlo più, mentre poi,dopo qualche pagina,  non riesco  a distaccarmene fino alla fine.

Tessa Cartwright, sedici anni, viene ritrovata in un campo del Texas, sepolta da un mucchio di ossa, priva di memoria. La ragazza è incredibilmente sopravvissuta a uno spietato serial killer che ha ucciso tutte le altre sue giovani vittime per poi lasciarle in una fossa comune su cui pianta dei particolari fiori gialli. Grazie alla testimonianza di Tessa, però, il colpevole finisce nel braccio della morte. A quasi vent'anni di distanza da quella terrificante esperienza, Tessa è diventata un'artista e una mamma single. Una fredda mattina di febbraio nota nel suo giardino, proprio davanti alla finestra della sua camera da letto, un fiore giallo, che sembra piantato di recente. Sconvolta da ciò che quell'immagine evoca, Tessa si chiede come sia possibile che il suo torturatore, ancora in carcere in attesa di essere giustiziato, possa averle fatto trovare un indizio così esplicito. E se avesse fatto condannare un innocente? L'unico modo per scoprirlo è scavare nei suoi dolorosi ricordi e arrivare finalmente a mettere a fuoco le uniche immagini, nascoste per tanti anni nelle pieghe della sua memoria, che potranno davvero riportare a galla la verità... 

La trama del libro è piuttosto complessa, la narrazione alterna passato e presente ad ogni capitolo e questo serve sia a spiegare i fatti avvenuti, che a studiare l'animo della protagonista. 
Non è un thriller truculento,che indulge sul racconto delle sevizie perpetrate dal colpevole su inermi fanciulle; si scopre a malapena come è stata ritrovata Tessie, ma non si sa che cosa le sia stato fatto, nè che cosa sia capitato alle sue compagne di sventura. E' come se la cosa fosse ininfluente...ed in effetti è così: non conta tanto il delitto in sè, quanto lo sviluppo  dei fatti e il maturare della psicologia di Tessa dopo il loro avvenimento. In effetti è un thriller psicologico, senza pagine di azione o colpi di scena drammatici. La verità si dipana un po' alla volta e il lettore, che cerca di indovinare chi sia il colpevole, rimane sicuramente sorpreso nello scoprirlo. Questo è un bel colpo di scena, anche se forse andava spiegato in maniera un po' più approfondita.  
Nel complesso, il libro è promosso.

Dopo averlo letto, mi sono voluta documentare su questi fiori, che hanno una parte importante nella storia.




Il nome scientifico è Rudbeckia hirta, in inglese si chiamano Susan black eyed, ma hanno anche parecchi altri nomi: brown-eyed Susa, brown betty, gloriosa daisy, golden Jerusalem, e altri ancora. Sono una specie nordamericana, della famiglia dei girasoli. Ma sembrano margherite gialle. Sono i fiori distintivi dello stato del Maryland ( negli Stati Uniti ogni stato ha il suo fiore distintivo).
La pianta è considerata un'erba medicinale dai nativi americani, che la usavano per curare raffreddori, infezioni, morsi di serpente.
Il significato di questo fiore è la giustizia.
Ma come mai si chiamano Susan dagli occhi neri? Certo per via del bottone scuro centrale, ma chi è Susan?
La storia è una di quelle romantiche sui fiori selvatici. Non si è sicuri, ma pare che il nome derivi da un vecchio poema inglese del poeta post elisabettiano John Gay (1685-1732), intitolata appunto Black-eyed Susan.




Ci sono parecchie strofe in cui si racconta che il suo William era a bordo di un battello, in alto su una corda e che scese giù per un affettuoso addio alla sua amata. Il saluto fu lungo, con promessa da parte di William di tornare sano e salvo, anche se avesse dovuto combattere in battaglia. Susan versò parecchie lacrime e, in fine, lasciò partire il suo amato, contenta delle promesse.





Sembra che questa leggenda si ripeta ogni estate perchè se si piantano dei semi di Sweet William ( Dianthus barbatus),una pianta che non è autoctona, vicino a semi di Black-eyed Susan, essi fioriscano meravigliosamente allo stesso tempo riempiendo di gioia il cuore dei giardinieri.







mercoledì 22 marzo 2017

Il diritto di contare

    E la nostra Paola, dopo gli scossoni che il terremoto ha dato alla sua regione, è tornata ad andare al cinema, con la sua amica Lina, che si è ripresa dalla malattia. Pian piano la vita torna a scorrere nei suoi binari! E finalmente, nel nostro blog, si torna a parlare di film attuali e non solo di quelli che ci sono rimasti nel cuore per anni.                                        
                           

Il DIRITTO DI CONTARE 







RECENSIONE

Ed ecco un film del quale è piacevole parlare: "Il diritto di contare "

Candidato a tre Oscar non ne ha vinto nessuno…anche se una statuetta per la storia o la scenografia o l’interpretazione la meritava.

Però il successo di un film alla fine lo fa il pubblico.

Allora eccoci al film….una storia vera che si colloca nell’America, razzista e sessista, dei primissimi anni sessanta e che il giovane regista Theodor Melfi rende con intelligente leggerezza pur senza nulla togliere alla drammaticità di alcune sequenze.






Tre ragazze di colore, intelligenti e di valore, vengono reclutate dalla Nasa per collaborare, in settori diversi, alla gara spaziale che in quegli anni impegna gli USA e l’ URSS.

Le ragazze sono in gamba, geniali , colte e poco inclini al piangersi addosso. Riescono ad accettare con dignità sofferente la segregazione razziale alla quale sono costrette, anche quando le pone in situazioni assurde.

Taray P.Hanson interpreta Katherine Johnson, la leggendaria scienziata matematica e fisica afroamericana, 





 Octavia Spencer è Dorothy Vaughn l' appassionata studiosa di computer



 e Janelle Monàe è Mary Jackson l’ingegnere aereo-spaziale…






Accanto a loro appare un ottimo Kevin Costner sempre impeccabile nei panni di uomini misurati e sobri in un personaggio inventato (Al Harrison) sulla base di tre persone realmente esistite. 




E si deve dire che tutti e quattro hanno reso al massimo la situazione, i gesti, i dialoghi e non sfigura la bionda e gelida Kirsten Dunt.

Certo sembra al limite della realtà la scena in cui Katie Johnson( il genio matematico che calcolerà con maggiore esattezza del computer la parabola dell’Apollo 11 intorno alla terra) entrando nella stanza comune piena di uomini bianchi in camicia bianca, non solo non riceve alcun saluto ma si deve rendere conto che nessuno dei colleghi userà la sua caffettiera.

Ed è trattata con sublime ironica leggerezza la corsa di più di un chilometro che Katie deve fare due o tre volte al giorno per andare nel bagno delle donne di colore "in scarpe col tacco, gonna al ginocchio e filo di perle, se li hai", (la divisa d’ordinanza per le donne dettata dalla NASA) anche sotto la pioggia …

Un bel film in cui ogni personaggio è, però, legato all’altro dall’ entusiastica consapevolezza di essere parte di un progetto grandioso e le apparizioni dell’astronauta John Glenn, che affida la sua missione e la sua vita solo ai calcoli di Katie, come il sobrio risuonare dei nomi Kennedy o King lo rendono più coinvolgente. Tutto questo , infatti, è ottenuto dal regista con un linguaggio cinematografico che coniuga abilmente la storia di un’epoca con le storie personali delle tre donne.

Da vedere….